Ventinovesimo giorno di quarantena

Come sempre mi sveglio piano, con cautela scendo dal letto ed a tentoni cerco la vestaglia. Esco piano dalla stanza per non svegliarlo.

Entro nella camera dei ragazzi per vedere che stiano dormendo tranquilli ed ammirare il mio orgoglio, forse l’unico della mia vita. Non sono mai stata brava in nulla, lui non fa altro che ripeterlo da quando ci siamo sposati.

Fino ad un mese fa pensavo avesse ragione, ma ieri ho smesso di credergli per sempre.

Quando ho avuto l’ultimo figlio ho lasciato il lavoro,  non riuscivo a stare dietro a tutto; gli amici hanno smesso di chiamarmi, quando hanno visto che non uscivo più per stare con mio marito e i bambini. Mi sono rimasti vicini solo Lina ed Enrico, che ancora mi chiamano per sapere come sto, sopratutto quando lui è a lavoro, geloso com’è se sente che qualcuno mi chiama si innervosisce e mi riempie di botte.

Ricordo la prima volta che lo ha fatto, ero andata a prendere i ragazzi ad una festa di compleanno di un loro compagno di scuola, erano le 21 quando siamo arrivati a casa. Lui ha sbraitato perché la cena non era pronta: “una moglie deve pensare prima al marito e poi ai figli, diceva. Tu hai visto qualcun altro con la scusa dei ragazzi.” Io gli ho spiegato che non era così avevo solo ringraziato i genitori di Giuseppe per l’invito e chiesto come era stata la festa. Ma lui niente, non si è fidato. Mi ha lanciato un man rovescio che mi ha fatto sbattere contro il frigorifero.

Il giorno dopo, mi ha chiesto scusa, ha detto che era stanco e non ragionava. Ma dopo quel giorno sono arrivate altre botte, le motivazioni erano sempre le più futili. Mi dicevo che forse ero io che non sapevo come rispondere per non irritarlo. Così dopo aver ridotto le uscite all’osso, ho provato a non rispondere più e mi rendo invisibile il più possibile.

Ma come può un uomo che per sei anni ti ha trattato con i guanti di velluto, coccolato e rispettato in tutto, cambiare così dal giorno alla notte?

Persino quando invitava i suoi amici a casa per le partite si chiudeva nel salotto e evitava che loro mi potessero vedere. Mi intimava di rimanere in camera dei ragazzi, quando i suoi amici suonavano il campanello li faceva entrare in salotto, dove io gli avevo sistemato le birre e i panini da mangiare con loro, e poi si chiudeva la porta dietro.

I ragazzi  vedevo che avevano un’aria sempre più triste, i loro occhi non erano più quelli luminosi e pieni di vita che i ragazzi della loro età hanno, almeno che io ricordi debbano avere. Io ho sempre cercato di tranquillizzarli, spiegavo che il loro padre era molto stressato, che arriva stanco la sera a causa del suo lavoro difficile e pieno di responsabilità. Poteva capitare che perdesse la pazienza. Ma vedevo nei loro sguardi permanere tanta tristezza e preoccupazione.

Un giorno mi chiamano da scuola, mi devono parlare dei ragazzi, penso sia successo qualcosa, mi precipito così in fretta che dimentico di coprire il collo con un foulard. Mi rendo conto della cosa solo a scuola, quando vedo che gli occhi della preside sono fissi sul mio collo, allora in lei vedo lo stesso sguardo triste dei miei figli. Cerco di spiegarle che il livido che vede me lo sono procurato con la mia borsa che era rimasta chiusa nella portiera della macchina e tirando la tracolla mi ha procurato quel brutto livido.

Ma lei, dopo avermi ascoltata, mi ha detto che Pietro e Alessandro avevano parlato con la loro maestra per sapere perché lo stress da lavoro porta gli uomini a picchiare le donne. La maestra così ha cercato insieme allo psicologo d’istituto di approfondire, per capire le loro domande da cosa fossero mosse. E loro hanno detto che il loro papà spesso quando tornava dal lavoro urlava con la loro mamma e la picchiava, hanno detto anche che io dicevo sempre che il loro papà faceva così perché era stanco e stressato dal lavoro.

Oddio, adesso come faccio, come spiego che tutto questo è solo colpa mia, che sono maldestra ed inetta. Mentre io penso a come giustificare tutto, la preside mi parla di un centro antiviolenza che si occupa di donne vittime di abusi in famiglia, mi da anche i numeri, tutte le indicazioni per contattarli e dei programmi che hanno. Mi dice che il primo passo spetta solo a me, devo mettermi in contatto con loro e poi una volta al sicuro mi aiuteranno a denunciare il responsabile degli abusi.

Vittima, abusi, violenza domestica, quando sento queste parole mi sembra di stare  dentro un’enorme bolla di sapone sospesa nell’aria, così mi sorprendo a dire, contro ogni logica, che i ragazzi hanno molta fantasia, con tutta la televisione che vedono avranno sicuramente frainteso. Lei mi guarda con lo sguardo di chi ha capito tutto e mi dice solo una cosa: “Pensi al benessere dei suoi figli, se un giorno lei non gli bastasse più e dovesse prendere di mira loro?”

A quel punto la bolla di sapone si è rotta e sono precipitata nella realtà, i miei figli, la mia gioia, loro non dovrà mai toccarli. Scoppio a piangere e lei mi abbraccia, così io racconto tutto, del fidanzamento prima e delle botte poi, di come tutto sia cambiato all’improvviso. ”Perché è cambiato così?”- le chiedo – “C’è un modo per aiutarlo?” nonostante tutto ho ancora l’assurda speranza di poter salvare qualche cosa di lui.

Lei mi guadra e mi dice che adesso è arrivato il momento di aiutare me stessa ed i ragazzi, loro hanno il diritto a vivere una infanzia serena ed io di ritrovare la mia dignità e la mia libertà. Mi riprendo e mi congedo con la promessa che avrei contattato il centro e cercato di porre fine a questo incubo.

Era il 6 Marzo, poi è iniziato il lockdown a causa del coronavirus.

Da allora sono passati 29 giorni. L’incubo non è ancora finito, ora lui lavora in smartworking. Con lui sempre a casa, Lina ed Enrico non si fanno più sentire per non crearmi problemi. Quanto mi manca il loro supporto.

Nonostante mio marito ora sia sempre a casa, il suo comportamento non è cambiato.

Ieri si è arrabbiato con Pietro perché non gli aveva sgombrato il tavolo da lavoro dai suoi libri. Gli ha quasi messo le mani ha dosso, ma io per fortuna sono riuscita ad intercettare il braccio, Così la sua furia si è scatenata su di me.

Quando ripenso a ieri, a Pietro terrorizzato e Alessandro con lo sguardo smarrito, mi sento morire. Non ci ho visto più, ho deciso di liberarci.

Adesso sono in bagno con il mio telefono che chiedo aiuto al centro. Stanno arrivando con la polizia per portarci lontano da quello che non è più un essere umano, ma un mostro informe.

Mi chiamo Simona ed ho scelto di ricominciare a vivere.

Questa è una storia di fantasia, ma in questo momento così delicato e difficile che costringe tutti a casa in quarantena, molte donne vivono questo stesso incubo quotidianamente, alcune chiuse in casa con il loro aguzzino. Solo poche hanno la fortuna di essere salvate come Simona.

In questo periodo i centri antiviolenza, le case rifugio e le femministe Non una di meno sono sempre attivi per sostenere le donne in pericolo.

Sono continui gli appelli che ricordando il numero gratuito 1522 del servizio pubblico della Presidenze del Consiglio-Dipartimento Pari Opportunità, attivo 24 ore su 24, oppure in chat, per non essere scoperte.

La campagna ministeriale è portata avanti dalla ministra alle Pari Opportunità e alla Famiglia Elena Bonetti alla quale hanno subito aderito molti artisti, tra i quali ricordiamo: Fiorella Mannoia, Paola Turci, Ornella Vanoni, Giuliano Sangiorgi, Francesca Michielin, Paola Cortellesi, ma sono veramente in tanti a dare il loro supporto.

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Autore: culturaalvento

Impiegata commerciale e marketing; pubblicista e blogger

2 pensieri riguardo “Ventinovesimo giorno di quarantena”

  1. Grazie, per il contributo dato alla triste mattanza delle donne: figlie, sorelle, madri, mogli, compagne. A tutte voi un invito a denunciare, non si può cambiare un uomo violento, perché è e rimarrà sempre un essere irrisolto, senza alcuna giustificazione

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