Articoli

Once upon a time… Rasiglia

Questo racconto potrebbe iniziare con “C’era una volta” perché il luogo che sto per descrivere ha tutti gli attributi per entrare nel mondo delle fiabe: piccolo, lontano dalla città, circondato dalla natura e dall’acqua.

Dunque come tutte le fiabe che si rispettano val la pena iniziare con una poesia, ma questa in partisolare è stata scritta proprio per questo paese da Luciano Cicioni: Ruscelletti sussurranti Allettanti melodie Scendon freschi e spumeggianti In un dedalo di vie! Giulia intensa e misteriosa Lentamente al cuor ti piglia Il pensier sereno posa_ Ah! Dolcissima Rasiglia!

Rasiglia specchi d’acqua

Proprio come la poesia racconta, Rasiglia è un piccolo e dolce paese, termine che si adatta alla perfezione a questo bomboniera che si sviluppa lungo il costone della montagna, a 600 metri di altitudine, nella conformazione tipica ad anfiteatro.

Sovrastata dall’antica roccaforte, che ancora si erge in tutta la sua maestosità, il paese ha la tipica struttura del borgo medievale, anche se purtroppo distrutto dal terremoto del 1997 è stato poi ricostruito con rispetto ed armonia del territorio e delle strutture originali, anche se poco è rimasto di autentico i segni del passato sono sempre presenti. Gli sforzi fatti dagli abitanti per mantenere viva la memoria storica sono ripagati dalla grande affluenza di turisti.

Nel XIV secolo data la sua posizione Rasiglia rappresentava un punto strategico per il controllo della valle del Menotre ed era inoltre vicina ad un importante snodo commerciale tra Roma e la Marca Anconitana, per questo la famiglia Trinci decise di stabilire alcune sue proprietà, tra cui alcune case, un molino ed una gualchiera. Nel Seicento la posizione di Rasiglia e la facilità di riferimento dell’acqua garantirono il proliferare di attività artigianali, tra cui la tessitura di cui i posso no ancora oggi ammirare telai e cardatori, perfettamente conservati.

A parte la triste parentesi dovuta ai rastrellamenti nazifascisti durante la seconda guerra mondiale, a causa dei quali furono deportati due abitanti del paese; Rasiglia ha potuto godere di una florida economica sopratutto dal 1945 al 1980.

Ciò che colpisce di Rasiglia e che l’ha resa famosa come la “Piccola Venezia dell’Umbria” sono i corsi d’acqua costruiti per poter sfruttare appieno la corsa idrica generata dalla sorgente Capovena.

Il Borgo è veramente graziosa, possiede una forza che catalizza l’attenzione a ti porta a continuare a girare da un punto all’altro per non lasciare nessun’ angolo inesplorato. La cucina è quella tipica umbra e può essere gustata nei piccoli ristoranti ed osterie sparsi per il borgo.

La nuova veste di Rasiglia ha portato anche la nascita di alcuni eventi culturali, di questi si ricordano: Rasiglia, Paese presepe, dal 26 dicembre al 6 gennaio; Penelope a Rasiglia, il telaio tradizionale, che si tiene il primo fine settimana di giugno compatibilmente con le altre festività nazionali.

Se ti è piaciuto puoi fare una piccola donazione qui

Matera tra passato e futuro

Lo scorso fine settimana, vista la clemenza del tempo, ho visitato Matera.

La prima volta che sono stata a Matera avevo, forse, tra gli 11 ed i 12 anni, l’impressione che mi lasciò fu quella di un piccolo paese arroccato sulle montagne, triste ed isolato.

A distanza di anni, complice il film di Mel Gibson “The Passion” , la nomina a città della cultura nel 2019 e la fiction italiana “Sorelle” di Cinzia TH Torrini, ho trovato una città viva, pulita e allegra.

Purtroppo però raggiungerla è sempre scomodo, se non si ha la macchina inoltre si ha difficoltà a perlustrare il territorio circostante. Per raggiungerla le opzioni sono: autobus di linea o treno per la stazione di Ferrandina scalo Matera da dove partono gli autobus per la città.

Matera si erge tra la continuazione dell’altopiano delle Murge e la fossa dove scorre il fiume Bradano, che grazie ad una diga costruita negli anni cinquanta da vita al lago San Giuliano.

Matera Murgia
Grotte di Matera

La parte antica di Matera è separata dalle antiche grotte, che è possibile visitare grazie ad un sentiero, dall’affluente del Bradano noto come Fiumicello o Gravina di Matera. Da una parte dunque abbiamo il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso e dall’altra parte, dove si vedono le grotte, c’è la sponda del Parco della Murgia, di cui una parte è compresa nel Parco Regionale Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri.

La parte storica di Matera, nonché patrimonio mondiale dell’umanità Unesco dal 1993, è rappresentata dai famosi Sassi e dalle antiche cisterne, la più grande può essere visitata dall’ingresso che si trova in centro. I Sassi in sostanza sono le antiche abitazioni dei materani, piccoli aggregati di case scavate nella roccia calcarea a ridosso del burrone chiamato Gravina.

Cisterna di Matera
Cisterna di Matera

Le cisterne invece rappresentavano una fonte di approvvigionamento dell’acqua; per la sua posizione Matera è molto sicura ma all’epoca non era facile reperire acqua sopratutto in caso d’assedio così sfruttando la friabilità della roccia sono state crete condotte idrauliche che confluivano in cisterne e palombari, esempio di grande ingegneria idraulica.

Matera oggi è una città degna del più alto numero di turisti, ricca di punti di interesse e piccole curiosità, a partire dalle tante installazioni d’arte che è possibile incontrare lungo la strada a finire con le numerose chiese, ognuna con una particolare peculiarità.

Una città piena di vita notturna, soprattutto con le stagioni miti, che offre anche un vasto assortimento di cibi, dai peperoni cruschi al pane.

Se ti è piaciuto puoi fare una piccola donazione qui

 

Campaegli e Cervara di Roma

Nonostante sia ancora presente il coronavirus, che sta mettendo in ginocchio una grande parte dell’economia mondiale, molte attività sono quasi tornate alla normalità.

Complice il caldo insopportabile di alcune metropoli, la necessità di evadere dalla città è in crescita, sempre nel rispetto delle vigenti norme di sicurezza.

Una delle possibili mete per trovare rifugio dalla canicola estiva può essere la montagna. La montagna offre la possibilità di rispettare il distanziamento sociale, ancora raccomandato in questo periodo, e, cosa più importate, fresco, aria pulita e paesaggi sconfinati.

Tra il lazio e l’Abruzzo si estendono i monti Simbruini che fanno parte del Subappennino laziale e che offrono una varietà di percorsi in mezzo alla natura. Si può ad esempio fare una piacevole camminata in località Campaegli portando il necessario per un picnic o prenotando al Rifugio Montano Campaegli.

Passeggiando per questi Monti potrete ammirare la loro conformazione geologica, osservare tutto il promontorio circostante, se non c’è foschia si riesce a vedere fino al mare.

Oltre ad un paesaggio rilassante la montagna offre anche la possibilità di incappare nella fauna locale, come le mucche Podoliche che attraversano le strade ed i pascoli oppure ci si può imbattere in una mandria di cavalli.

Se poi amate la tranquillità dei borghi una meta perfetta è Cervara di Roma.

Appena sotto Campaegli si erge questo piccolo borgo arroccato, farete molta attività fisica a salire e scendere le scale ma le opere che troverete lungo la ben nota scalinata degli artisti valgono la fatica. Inoltre dal punto più alto potete godere di un bellissimo panorama sulla valle sottostante.

Questo piccolo borgo è da sempre una sorta di attrazione per gli artisti, infatti la sua fama risale ai primi anni del 1800 quando venne inserita nell’itinerario degli artisti stranieri, i quali integravano il loro soggiorno romano con la perlustrazione delle località limitrofe.

Qui oltre a tanti dipinti, murales e poesie, c’è impressa nella pietra una melodia “Notturno-Passacaglia per Cervara” composta dal Maestro Ennio Morricone, scomparso da poco, in omaggio al borgo montano.

Se ti interessa l’Abruzzo leggi anche Rocca Calascio tra sogno e realtà

Se ti è piaciuto puoi fare una piccola donazione qui

  • Mandria di mucche a Campaegli
  • Veduta del borgo di Cervara di Roma
  • Opera di Ennio Morricone al Cervara
  • Mandria di cavalli a Campaegli
  • Chiesa di Cervara di Roma
  • Opere nella roccia a Cervara
  • Piazza del centro di Cervara
  • Panorama in località Campaegli

 

ARTHEMISIA impossibile riaprire mostre al pubblico il 18 maggio

Lo scorso 28 Aprile è giunta la dichiarazione di Iole Siena Presidente del Gruppo Arthemisia in merito alla riapertura delle mostre pronosticata per il 18 Maggio.

Logo Arthemisia mostre
Immagine di proprietà di Arthemisia

La Presidente ha affermato che per quanto lodevole possa essere la volontà di riaprire le mostre al pubblico il 18 Maggio prossimo, questo non sarà possibile. Queste le ragioni del suo no:

1. Non c’è stata ancora una risposta su eventuali sostegni per le imprese della cultura: con le grosse perdite subite, non è possibile correre ulteriori rischi senza sapere se vi saranno aiuti e come si potranno portare avanti le attività.

2. Il periodo maggio-settembre è notoriamente quello con le minori affluenze di pubblico alle mostre. In tempi “normali” aprire una mostra a maggio equivale a una perdita certa (la stagione primaverile delle mostre va da febbraio a giugno); in questo momento, con i contagi e la paura ancora diffusi, significherebbe aprire per (forse) pochissime persone al giorno. Va anche considerato il fattore psicologico: dopo quasi due mesi di quarantena, quante persone vorranno recarsi in un luogo chiuso come lo spazio espositivo di una mostra? E quante, con le incertezze economiche correnti, potranno spendere soldi per visitare una mostra?

3. Il pubblico delle mostre è composto per il 10% dal pubblico scolastico (escluso in questa fase), per il 40% dal pubblico dei gruppi (escluso in questa fase), per il 15% dal pubblico di turisti (escluso in questa fase), per il 15% dal pubblico over 65 anni (escluso in questa fase). Rimane un 20% del cosiddetto “pubblico singolo” che, se anche volesse andare alle mostre, non consentirebbe in alcun modo di coprire le spese.

4. Con le necessarie misure di sicurezza, potrà entrare una persona ogni 5 minuti, quindi al massimo 120 persone al giorno, con un incasso medio di circa 1.200 euro al giorno. Il costo giornaliero medio di una mostra, considerando il personale di vigilanza e di biglietteria, le assicurazioni, gli affitti, le pulizie, ecc., si aggira intorno ai 6.000 euro. È evidente che sarebbe del tutto antieconomico.

5. Gli spazi espositivi delle mostre tipicamente non sono ambienti “sani”: non hanno finestre (né si possono aprire, per la conservazione delle opere), di solito hanno la moquette in terra, non c’è ricambio di aria. Anche immaginando una sanificazione frequente (che peraltro costituisce un costo in più), qualora in mostra passasse una persona contagiata metterebbe a rischio tutte le altre, perché anche adottando la distanza sociale di uno o due metri, l’aria nelle stanze resterebbe la stessa e i pavimenti non sono facilmente lavabili. Tantomeno sono lavabili le opere d’arte, che non potranno di certo essere disinfettate. Infine nessun assicuratore esercita una copertura per i rischi di contagio da coronavirus, quindi il rischio per chi organizza sarebbe molto alto.

6. Le misure di sicurezza da adottare (prenotazioni obbligatorie per i visitatori, percorsi obbligati all’interno delle sale, audioguide da rifare, santificazione frequente, dispositivi per la igiene del pubblico, impianti per il ricambio salubre dell’aria), richiedono tempo (almeno 4 mesi di lavoro) e ulteriori investimenti. Si sarà pronti non prima di settembre, con le misure adeguate.

7. I prestatori nazionali e internazionali non prestano finchè non c’è certezza di poter viaggiare, e sicuramente a maggio i viaggi internazionali non saranno consentiti.

La Presidente Iole sostiene fermamente che per le mostre private sarà molto difficile riaprire prima di Ottobre 2020 o di notizie certe che il rischio di contagio del Coronavirus è stato definitivamente annullato.

Continua dicendo che occorre prima di tutto affrontare il tavolo dei sostegni alle imprese della cultura, poi si devono mettere a punto le misure di sicurezza avendo il tempo di testarle, e poi si possono annunciare le riaperture in maniera sensata e univoca, mettendo tutti nelle stesse condizioni di operare, anche per correttezza di mercato.

Bisogna tenere conto che le misure cautelative adottate a seguito dell’emergenza COVID-19 hanno recato ingenti perdite economiche alle imprese del settore della cultura. Nello specifico
il settore delle mostre d’arte che vive sugli incassi delle biglietterie, bloccate dalla metà di febbraio, e che al 95% anticipa i costi prima dell’apertura, si è ritrovato con una spesa di qualche milione di euro. Questa spesa ovviamente non è stata compensata dai ricavi, che come è ovvio non sono potuti maturare.

Se ti è piaciuto puoi fare una piccola donazione qui

 

 

 

Il Ponte di Genova al tempo del COVID-19

Oggi i telegiornali nazionali hanno annunciato che è stato concluso il varo del nuovo ponte di Genova. Un cantiere iniziato nel 2019 che non si è mai fermato e che continua a lavorare, per garantire a Genova il collegamento tra la riviera di Ponente e quella di Levante.

Il pensiero va alle vittime del crollo del Ponte Morandi, una ferita che rimarrà aperta nel cuore di Genova e  dell’Italia intera, perché quel ponte che si sta ricostruendo ricorderà per sempre la tragedia che si è consumata in silenzio. In silenzio perché le crepe, attraverso le quali si infiltrava l’acqua deteriorando lentamente il cemento armato, sono state ignorate per anni, finché le numerose sollecitazioni a cui veniva sotto posto il ponte lo hanno compromesso definitivamente fino al crollo.

Per quanto sia positivo che i lavori avviati dalla Salini-Impreglio su progetto di Renzo Piano vadano così spediti, contro tutti i pronostici che vedevano un lavoro così imponente procrastinarsi per anni, come solito per i lavori statali. Viene da chiedersi perché si è dovuto attendere un evento tragico, perché sono dovute morire delle persone per mettere in moto la macchina del Governo e far si che la struttura fosse abbattuta e ricostruita.

Questa incognita porta con s’è altri quesiti, viene da chiedersi, anche, perché c’è voluto un virus ed altrettante morti per puntare i fari su un sistema sanitario stretto dalla morsa dei tagli economici.

Viene inoltre da chiedersi perché nei paesi toccati dal terremoto, la macchina dello stato sia ancora così lenta e la ricostruzione tardi a vedere la luce.

Si è detto tanto, tra polemiche e critiche, si è detto che il paese è vecchio, che c’è molto da rifare. Ciò che è emerge è che sono mancate le giuste professionalità ed è mancato il rispetto per il prossimo.

Resta la tragedia, la morte di tante persone che ricorderemo per sempre.

Se ti è piaciuto puoi fare una piccola donazione qui

Pasqua 2020

Quando si pensa alla Pasqua, si pensa spesso al momento della convivialità dello stare insieme in un giorno di festa.

Questa Pasqua 2020 la ricorderemo tutti a causa delle nuove abitudini acquisite per mantenere il distanziamento sociale, per proteggerci dal contagio del Covid-19 e sopratutto per proteggere i più fragili.

La ricorderemo anche perché inevitabilmente ci ha costretti tutti a meditare su ogni singolo momento della nostra vita.

Forse questa Pasqua sarà una resurrezione per tutti noi.

Vi auguro salute, serenità, e prosperità.

Buona Pasqua

Ventinovesimo giorno di quarantena

Come sempre mi sveglio piano, con cautela scendo dal letto ed a tentoni cerco la vestaglia. Esco piano dalla stanza per non svegliarlo.

Entro nella camera dei ragazzi per vedere che stiano dormendo tranquilli ed ammirare il mio orgoglio, forse l’unico della mia vita. Non sono mai stata brava in nulla, lui non fa altro che ripeterlo da quando ci siamo sposati.

Fino ad un mese fa pensavo avesse ragione, ma ieri ho smesso di credergli per sempre.

Quando ho avuto l’ultimo figlio ho lasciato il lavoro,  non riuscivo a stare dietro a tutto; gli amici hanno smesso di chiamarmi, quando hanno visto che non uscivo più per stare con mio marito e i bambini. Mi sono rimasti vicini solo Lina ed Enrico, che ancora mi chiamano per sapere come sto, sopratutto quando lui è a lavoro, geloso com’è se sente che qualcuno mi chiama si innervosisce e mi riempie di botte.

Ricordo la prima volta che lo ha fatto, ero andata a prendere i ragazzi ad una festa di compleanno di un loro compagno di scuola, erano le 21 quando siamo arrivati a casa. Lui ha sbraitato perché la cena non era pronta: “una moglie deve pensare prima al marito e poi ai figli, diceva. Tu hai visto qualcun altro con la scusa dei ragazzi.” Io gli ho spiegato che non era così avevo solo ringraziato i genitori di Giuseppe per l’invito e chiesto come era stata la festa. Ma lui niente, non si è fidato. Mi ha lanciato un man rovescio che mi ha fatto sbattere contro il frigorifero.

Il giorno dopo, mi ha chiesto scusa, ha detto che era stanco e non ragionava. Ma dopo quel giorno sono arrivate altre botte, le motivazioni erano sempre le più futili. Mi dicevo che forse ero io che non sapevo come rispondere per non irritarlo. Così dopo aver ridotto le uscite all’osso, ho provato a non rispondere più e mi rendo invisibile il più possibile.

Ma come può un uomo che per sei anni ti ha trattato con i guanti di velluto, coccolato e rispettato in tutto, cambiare così dal giorno alla notte?

Persino quando invitava i suoi amici a casa per le partite si chiudeva nel salotto e evitava che loro mi potessero vedere. Mi intimava di rimanere in camera dei ragazzi, quando i suoi amici suonavano il campanello li faceva entrare in salotto, dove io gli avevo sistemato le birre e i panini da mangiare con loro, e poi si chiudeva la porta dietro.

I ragazzi  vedevo che avevano un’aria sempre più triste, i loro occhi non erano più quelli luminosi e pieni di vita che i ragazzi della loro età hanno, almeno che io ricordi debbano avere. Io ho sempre cercato di tranquillizzarli, spiegavo che il loro padre era molto stressato, che arriva stanco la sera a causa del suo lavoro difficile e pieno di responsabilità. Poteva capitare che perdesse la pazienza. Ma vedevo nei loro sguardi permanere tanta tristezza e preoccupazione.

Un giorno mi chiamano da scuola, mi devono parlare dei ragazzi, penso sia successo qualcosa, mi precipito così in fretta che dimentico di coprire il collo con un foulard. Mi rendo conto della cosa solo a scuola, quando vedo che gli occhi della preside sono fissi sul mio collo, allora in lei vedo lo stesso sguardo triste dei miei figli. Cerco di spiegarle che il livido che vede me lo sono procurato con la mia borsa che era rimasta chiusa nella portiera della macchina e tirando la tracolla mi ha procurato quel brutto livido.

Ma lei, dopo avermi ascoltata, mi ha detto che Pietro e Alessandro avevano parlato con la loro maestra per sapere perché lo stress da lavoro porta gli uomini a picchiare le donne. La maestra così ha cercato insieme allo psicologo d’istituto di approfondire, per capire le loro domande da cosa fossero mosse. E loro hanno detto che il loro papà spesso quando tornava dal lavoro urlava con la loro mamma e la picchiava, hanno detto anche che io dicevo sempre che il loro papà faceva così perché era stanco e stressato dal lavoro.

Oddio, adesso come faccio, come spiego che tutto questo è solo colpa mia, che sono maldestra ed inetta. Mentre io penso a come giustificare tutto, la preside mi parla di un centro antiviolenza che si occupa di donne vittime di abusi in famiglia, mi da anche i numeri, tutte le indicazioni per contattarli e dei programmi che hanno. Mi dice che il primo passo spetta solo a me, devo mettermi in contatto con loro e poi una volta al sicuro mi aiuteranno a denunciare il responsabile degli abusi.

Vittima, abusi, violenza domestica, quando sento queste parole mi sembra di stare  dentro un’enorme bolla di sapone sospesa nell’aria, così mi sorprendo a dire, contro ogni logica, che i ragazzi hanno molta fantasia, con tutta la televisione che vedono avranno sicuramente frainteso. Lei mi guarda con lo sguardo di chi ha capito tutto e mi dice solo una cosa: “Pensi al benessere dei suoi figli, se un giorno lei non gli bastasse più e dovesse prendere di mira loro?”

A quel punto la bolla di sapone si è rotta e sono precipitata nella realtà, i miei figli, la mia gioia, loro non dovrà mai toccarli. Scoppio a piangere e lei mi abbraccia, così io racconto tutto, del fidanzamento prima e delle botte poi, di come tutto sia cambiato all’improvviso. ”Perché è cambiato così?”- le chiedo – “C’è un modo per aiutarlo?” nonostante tutto ho ancora l’assurda speranza di poter salvare qualche cosa di lui.

Lei mi guadra e mi dice che adesso è arrivato il momento di aiutare me stessa ed i ragazzi, loro hanno il diritto a vivere una infanzia serena ed io di ritrovare la mia dignità e la mia libertà. Mi riprendo e mi congedo con la promessa che avrei contattato il centro e cercato di porre fine a questo incubo.

Era il 6 Marzo, poi è iniziato il lockdown a causa del coronavirus.

Da allora sono passati 29 giorni. L’incubo non è ancora finito, ora lui lavora in smartworking. Con lui sempre a casa, Lina ed Enrico non si fanno più sentire per non crearmi problemi. Quanto mi manca il loro supporto.

Nonostante mio marito ora sia sempre a casa, il suo comportamento non è cambiato.

Ieri si è arrabbiato con Pietro perché non gli aveva sgombrato il tavolo da lavoro dai suoi libri. Gli ha quasi messo le mani ha dosso, ma io per fortuna sono riuscita ad intercettare il braccio, Così la sua furia si è scatenata su di me.

Quando ripenso a ieri, a Pietro terrorizzato e Alessandro con lo sguardo smarrito, mi sento morire. Non ci ho visto più, ho deciso di liberarci.

Adesso sono in bagno con il mio telefono che chiedo aiuto al centro. Stanno arrivando con la polizia per portarci lontano da quello che non è più un essere umano, ma un mostro informe.

Mi chiamo Simona ed ho scelto di ricominciare a vivere.

Questa è una storia di fantasia, ma in questo momento così delicato e difficile che costringe tutti a casa in quarantena, molte donne vivono questo stesso incubo quotidianamente, alcune chiuse in casa con il loro aguzzino. Solo poche hanno la fortuna di essere salvate come Simona.

In questo periodo i centri antiviolenza, le case rifugio e le femministe Non una di meno sono sempre attivi per sostenere le donne in pericolo.

Sono continui gli appelli che ricordando il numero gratuito 1522 del servizio pubblico della Presidenze del Consiglio-Dipartimento Pari Opportunità, attivo 24 ore su 24, oppure in chat, per non essere scoperte.

La campagna ministeriale è portata avanti dalla ministra alle Pari Opportunità e alla Famiglia Elena Bonetti alla quale hanno subito aderito molti artisti, tra i quali ricordiamo: Fiorella Mannoia, Paola Turci, Ornella Vanoni, Giuliano Sangiorgi, Francesca Michielin, Paola Cortellesi, ma sono veramente in tanti a dare il loro supporto.

Se ti è piaciuto puoi fare una piccola donazione qui

Questo è l’appello dei medici e non che hanno a cuore la salute dei Calabresi.

Ricevo e pubblico quanto segue.

Al Dipartimento tutela della salute

Al commissario ad acta

Al Commissario straordinario AOPC e Mater Domini

Al Prefetto di Catanzaro

Esponenti della comunità medica professionale e osservatori esterni attenti alle vicende sanitarie sottoscrivono questo documento sull’emergenza determinata dalla infezione da Covid-19   nella nostra regione. 

A fronte di inutili tavoli regionali che vedono ricomparire “vecchi soloni” che hanno contribuito allo sfascio del sistema sanitario regionale ci permettiamo di avanzare qualche concreta proposta per la città di Catanzaro e per l’intera Calabria.

Il dipartimento alla salute propone la riattivazione di posti letto in ospedali quali Rogliano, Tropea, Melito, Paola, Gioia Tauro. 

E’ questa la scelta migliore ?

Pensiamo che la criticità della situazione richieda la responsabile mobilitazione delle migliori risorse umane e strutturali.

Non è forse la nostra città dotata di un policlinico universitario strutturalmente moderno che concentra valide professionalità?

In questa grave emergenza avremmo piacere che venissero proposte operative anche dal mondo accademico. 

La regione Lombardia aveva pensato di attivare 500 posti letti dedicati alla cura dei pazienti con Covid-19 presso la fiera di Milano e Bergamo ha dovuto riattivare a degenza la vecchia lavanderia. 

Possiamo prevedere una attivazione di un numero consistente di posti letto presso il Policlinico Mater Domini? 

Si tratterebbe di attrezzare immediatamente, con livelli differente di intensità,  gli enormi spazi disponibili al Policlinico universitario ( si tratta di oltre 300 posti letto!) per non parlare di una seconda unità coronarica e di una seconda Rianimazione mai attivate.

Sono spazi che possono, ove fosse necessario accogliere tutti i casi calabresi assicurando a tutti il miglior trattamento tramite una task force integrata delle due Aziende con infettivologi, virologi, pneumologi e rianimatori senza sovraccaricare gli spazi ormai angusti dell’ospedale Pugliese ma utilizzandone le pfrofessionalità.

La Calabria è una regione commissariata per quanto riguarda la sanità chiediamo che in questa fase di criticità si affronti l’emergenza integrando, finalmente, il sistema accademico nella rete della sanità regionale.

Questo è l’appello dei medici e non che hanno a cuore la salute dei Calabresi.

Se ti è piaciuto puoi fare una piccola donazione qui

Io resto a casa

Ormai il dado è tratto.

Vista l’aggressività del virus e la sua facilità di propagazione, il Consiglio dei Ministri ha esteso la quarantena a tutta l’Italia. Le merci viaggiano ancora e molte attività lavorative con le dovute precauzioni continuano.

Dobbiamo fare la nostra parte, e restare il più possibile a casa per non aggravare la situazione. Sono giorni questi di coraggio, gli operatori sanitari, i medici e tutti gli ospedali stanno dando il massimo per fronteggiare questa emergenza. Tante sono le dimostrazioni di solidarietà e le raccolte fondi create per sopperire alle risorse limitate ed in esaurimento.

Fioccano i video dei personaggi del mondo dello spettacolo, che incoraggiano a stare a casa, riscoprire la famiglia e ciò che si può fare insieme stando a casa. E di cose c’è ne sono veramente tante: studiare insieme, leggere dei libri e riscoprire il piacere di commentarli insieme, rispolverare i vecchi giochi da tavolo.

Imparare cose utili da fare a casa, fare tutto quello che a causa del poco tempo che il lavoro o altre attività che ci costringevano a stare via da casa a lungo abbiamo sempre rimandato. Possiamo inventare giochi nuovi con i nostri figli, o far giocare i nostri animali domestici un po’ di più.

La vita non si ferma solo perché dobbiamo passare più tempo a casa.

Con le moderne applicazioni possiamo fare anche attività fisica e qual si voglia sport adatto a noi e a ciò che abbiamo a casa.

Possiamo finalmente cucinare quel piatto complicato che ci piace così tanto e che mangiavamo solo a casa della nonna. Oppure iniziare a dipingere o disegnare e perché no anche scrivere un diario con i nostri pensieri o altro per allontanare l’ansia e la preoccupazione.

Possiamo prenderci cura di noi stessi, con scrub, maschere, creme e massaggi fai da te.

Possiamo finalmente chiamare o scrivere a quegli amici lontani e che vediamo una volta all’anno.

Insomma di cose da fare a casa se ne trovano veramente tante, basta sbizzarrire la propria fantasia ed attitudine.

Il mio pensiero ora va a tutti coloro che ogni giorno si impegnano seriamente, per sconfiggere il Coronavirus e che lottano in prima linea e ringrazio.

Grazie a tutti quelli che mandano avanti l’economia, nel rispetto delle norme di sicurezza, e che garantiscono l’approvvigionamento dei beni alimentari.

Infine grazie a chi responsabilmente resta a casa.

Vi lascio con una bellissima riflessione della Psicologa Francesca Morelli:

“Credo che il cosmo abbia il suo modo di riequilibrare le cose e le sue leggi, quando queste vengono stravolte.

Il momento che stiamo vivendo, pieno di anomalie e paradossi, fa pensare…

In una fase in cui il cambiamento climatico causato dai disastri ambientali è arrivato a livelli preoccupanti, la Cina in primis e tanti paesi a seguire, sono costretti al blocco; l’economia collassa, ma l’inquinamento scende in maniera considerevole. L’aria migliora; si usa la mascherina, ma si respira…

In un momento storico in cui certe ideologie e politiche discriminatorie, con forti richiami ad un passato meschino, si stanno riattivando in tutto il mondo, arriva un virus che ci fa sperimentare che, in un attimo, possiamo diventare i discriminati, i segregati, quelli bloccati alla frontiera, quelli che portano le malattie. Anche se non ne abbiamo colpa. Anche se siamo bianchi, occidentali e viaggiamo in business class.

In una società fondata sulla produttività e sul consumo, in cui tutti corriamo 14 ore al giorno dietro a non si sa bene cosa, senza sabati nè domeniche, senza più rossi del calendario, da un momento all’altro, arriva lo stop.

Fermi, a casa, giorni e giorni. A fare i conti con un tempo di cui abbiamo perso il valore, se non è misurabile in compenso, in denaro. Sappiamo ancora cosa farcene?

In una fase in cui la crescita dei propri figli è, per forza di cose, delegata spesso a figure ed istituzioni altre, il virus chiude le scuole e costringe a trovare soluzioni alternative, a rimettere insieme mamme e papà con i propri bimbi. Ci costringe a rifare famiglia.

In una dimensione in cui le relazioni, la comunicazione, la socialità sono giocate prevalentemente nel “non-spazio” del virtuale, del social network, dandoci l’illusione della vicinanza, il virus ci toglie quella vera di vicinanza, quella reale: che nessuno si tocchi, niente baci, niente abbracci, a distanza, nel freddo del non-contatto.

Quanto abbiamo dato per scontato questi gesti ed il loro significato?

In una fase sociale in cui pensare al proprio orto è diventata la regola, il virus ci manda un messaggio chiaro: l’unico modo per uscirne è la reciprocità, il senso di appartenenza, la comunità, il sentire di essere parte di qualcosa di più grande di cui prendersi cura e che si può prendere cura di noi. La responsabilità condivisa, il sentire che dalle tue azioni dipendono le sorti non solo tue, ma di tutti quelli che ti circondano. E che tu dipendi da loro.

Allora, se smettiamo di fare la caccia alle streghe, di domandarci di chi è la colpa o perché è accaduto tutto questo, ma ci domandiamo cosa possiamo imparare da questo, credo che abbiamo tutti molto su cui riflettere ed impegnarci.

Perché col cosmo e le sue leggi, evidentemente, siamo in debito spinto. Ce lo sta spiegando il virus, a caro prezzo.”

#iorestoacasa

Se ti è piaciuto puoi fare una piccola donazione qui

2020 La società ai tempi del coronavirus

Da più di un mese si sta affrontando, in più paesi, l’emergenza dovuta all’estrema rapidità con cui il COVID-19 (Coronavisrus) si sta diffondendo da individuo ad individuo.

Sono tanti i casi di contagio, molte purtroppo le persone con patologie pregresse che sono morte sfiancate dal Coronavirus.

Il sistema sanitario italiano, che sta affrontando in prima linea il contagio, sembra essere quasi giunto al collasso, come riportano le agenzie di stampa. Il governo attraverso i canali media, oltre a chiarire le basilari indicazioni da adottare in caso di raffreddore ed influenza, diffonde anche informazioni utili su come riconoscere i sintomi del Coronavirus e cosa fare se si pensa di essere stati contagiati.

Le scuole, le Università, i teatri ed alcuni luoghi ad alta affluenza di persone sono stati chiusi in tutta Italia, al nord dove è scoppiato il focolaio del Coronavirus già da fine febbraio, per ora fino al 15 Marzo. Ma la data potrebbe subire ulteriori cambiamenti.

Tante società hanno aperto l’iter per il telelavoro ai propri dipendenti, per poter contenere il contagio.

Più passano i giorni, più aumentano gli aggiornamenti sul virus, più si assiste a diversi modi di affrontare questo particolare periodo da parte delle persone. Sulla rete internet sono comparsi a valanga meme (vignette satiriche) e video ridicoli sull’argomento. Anche la Francia ha mandato in onda su Canal+ un video satirico sulla pizza al Coronavirus che ha fatto indignare tante persone, subito ritirato con tanto di scuse da parte dell’emittente all’Ambasciatore italiano a Parigi.

Purtroppo è anche aumentata la psicosi, le persone hanno fatto scorte di prodotti per l’igiene in modo più alto del dovuto e le mascherine per la protezione sono quasi del tutto esaurite. Non sono mancati anche gli sciacalli che si sono approfittati del momento di crisi ed hanno iniziato a rivendere questi prodotti al mercato nero o su internet a prezzi esagerati.

Supermercati presi d’assalto come per affrontare l’apocalisse, e come se non bastasse la psicosi si è manifestata prima con la paura nel recarsi nei ristoranti cinesi fino ad arrivare anche a sfogare la rabbia con violenza fisica nei confronti degli asiatici, come riportato dalla stampa.

La storia continua a ripetersi, la pura soprattutto in determinati contesti prende il sopravvento sulla ragione ed oggi appare amplificata dalla lente d’ingrandimento di internet e dalla rapida divulgazione effettuata dai mass media. Come molti hanno fatto notare, sembra quasi di rivivere il periodo del contagio della peste descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi, le paure e gli errori di allora sono gli stessi di oggi.

Sembra una contraddizione in essere assistere ad un alto numero di contagi proprio in un epoca in cui l’informazione è a portata di tutti e quindi si dovrebbe prestare maggiore attenzione verso se stessi e verso il prossimo:

  • se si hanno sintomi influenzali rimanere a casa;
  • se invece si è raffreddati è buona prassi tossire e starnutire nei fazzoletti usa e getta o, in assenza, all’interno del gomito;
  • rimanere a dovuta distanza dagli altri per evitare di contagiarli,
  • lavarsi spesso le mani.Coronavirus come lavare le mani

Ma appare chiaro che l’amor proprio non sempre è al primo posto e così viene meno anche il rispetto verso il prossimo, verso coloro che sono immunodepressi per le ragioni più diverse, per gli anziani che già sono indeboliti da altre patologie ed bambini. Dovremmo pensare a loro in un momento come questo,  mostrando maggiore sensibilità e maturità ed evitare di diffondere il contagio.

Fin dove dobbiamo arrivare per renderci conto che dobbiamo sempre agire con coscienza ed usare la ragione?

Nel 1998 Dj Ax con gli Articolo 31 cantava una canzone dal titolo 2030 , in cui c’è un passaggio che ultimamente mi torna sempre alla memoria:

“Questo è l’anno 2030 qui chi pensa è in minoranza
Ma non ha importanza non serve più (uhu)
2030 l’indifferenza è una virtù
I cyber-nazi fanno uno show in TV
I liberatori picchiano barboni in nome di Gesù, (uhu)
L’inno nazionale suona tipo marcia funebre
Il sesso virtuale è più salubre in quanto che c’è
Un virus che si prende tramite il sudore
E in 90 ore si muore
L’HIV in confronto sembra un raffreddore
È un esperimento bellico sfuggito
E il risultato è che nessuno fa l’amore
E io sono fuorilegge in quanto di questo parlo
In quanto penso a quando questo
Potevamo anche fermarlo”

Ripensando a queste parole mi chiedo, stiamo aspettando che tutto questo diventi la realtà? Quando cambieremo rotta?

Se ti è piaciuto puoi fare una piccola donazione qui