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Grazie Gigi

Lo scorso 2 Novembre ci ha lasciati il grande Gigi Proietti. La scia di incredulità, dispiacere e lacrime che la notizia della sua morte ha lasciato dietro di se, rappresenta il grande valore che Gigi Proietti era riuscito a costruire.

Non credo di sbagliare dicendo che tutti aspettavamo con ansia i suoi lavori, che fossero fiction, film o show, lui sapeva coinvolgerti con la classe e l’eleganza dei grandi artisti.

Gigi Proietti sapeva dimostrare un profondo rispetto per ciò che faceva ed aveva anche un grande senso di responsabilità nei confronti del suo pubblico.

Un cavaliere, un uomo galante.

Gigi Proietti era una garanzia di successo per ogni lavoro, se c’era il suo nome in cartellone o nel programma allora eri sicuro di vedere un buon prodotto. Si presentava al pubblico con il suo folgorante sorriso, catturava l’attenzione con le sue movenze e riempiva gli animi con la sua sconfinata cultura.

Ha detto bene chi ha scritto che Roma piange il suo ultimo Rugantino, ma a piangere non è stata solo Roma ma l’Italia intera.

Dal 2 novembre siamo tutti un po’ orfani, privati dell’antica grazia e di quella completezza che caratterizzava artisti come lui.

In tanti gli hanno reso omaggio come potevano, al Tufello, quartiere di Roma dove era nato, è stato realizzato un enorme murale dipinto dallo street artist romano Lucamaleonte, su iniziativa della Regione Lazio e della società giallorossa attraverso la Fondazione Roma Cares.

Inoltre dopo l’intitolazione a Proietti del Silvano Toti Globe Theatre, dall’Associazione culturale Fellini arriva la proposta, indirizzata alla sindaca, di dedicargli un museo che sia anche Casa della romanità.

Scrivere in suo ricordo è stato difficile dopo tutte le parole meravigliose che sono state dedicate a lui durante la celebrazione laica del 5 Novembre, presso il suo Globe Theatre dai suoi amici, colleghi e ed allievi. Ma un blog di cultura come questo non poteva glissare su una simile notizia.

Luigi Proietti è nato a Roma il 2 novembre 1940 ed è deceduto 2 novembre 2020

Lascia la moglie Sagitta Alter e le figlie Carlotta e Susanna

Qui la sua bibliografia

Grazie Gigi per l’immenso patrimonio che ci hai lasciato.

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Per non adagiarsi

Il Coronavirus ha portato nella nostra società notevoli e pesanti cambiamenti. Il virus oltre a mietere tante vittime, perché sconosciuto, ha cambiato, nostro malgrado, le nostre abitudini.

All’inizio abbiamo visto la diminuzione dell’inquinamento durante il lockdown e ci siamo rallegrati di questo. Oggi a causa di una politica errata ci troviamo quasi al punto di prima.

Il nemico non è ancora sconfitto e si iniziano a contare i disastri di un governo che non ha voluto o saputo gestire al meglio i 6 mesi di tregua concessi dal virus. Non sono state apportate migliorie nelle scuole, negli ospedali e nel trasporto pubblico, così ci ritroviamo nuovamente a fare i conti con delle rovinose ed indifferenziate chiusure che mineranno ancora di più l’economia.

Oggi siamo stanchi ed insofferenti, non abbiamo voglia di affacciarci ai balconi e dirci che andrà tutto bene, perché purtroppo tutto è rimasto uguale. Non si è fatto tesoro degli errori e si continua a procrastinare quelle azioni necessarie che farebbero la differenza.

Purtroppo siamo orfani di politici che amano veramente il nostro paese, perdonate il romanticismo, ma è la dura realtà che va avanti da troppo tempo. Ai posti di comando non c’è più nessuno che pensi a ciò che è meglio per la comunità, ma si pensa solo a se ed alla propria cerchia. Non hanno la misura di ciò che è la realtà o peggio non gli interessa, basti pensare al libro del Ministro Speranza dal titolo “Perché guariremo”, dedicato a come la pandemia è stata “superata”, la cui uscita è stata rimandata a causa della nuova ondata del Covid-19.

Andando a ritroso possiamo vedere come si è preferito dare incentivi per biciclette e monopattini anziché aumentare la flotta ed il personale dei mezzi pubblici.

Ancora si è preferito dotare le scuole di banchi a rotelle anziché di altre strutture per garantire le attività scolastiche in tutta sicurezza. Per non parlare della Sanità.

Come sempre la letteratura e la storia ci vengono in soccorso per poter analizzare ciò che accade, qui sembra quasi di risentire le parole del Gattopardo “Se vogliamo che tutto rimanga com’è c’è bisogno che tutto cambi” oppure la famosa frase della Regina Maria Antonietta che davanti all’evidenza di un popolo affamato rispondeva “Se il popolo ha fame dategli le brioches”. Queste sono le persone che governano, gente che non ha nessuna voglia di lavorare per la propria patria e che abusa del potere che gli abbiamo dato votandoli.

Ciò che sta accadendo a livello politico, in Italia ed in Europa, è preoccupante, mi perdonino gli esperti di politica e geopolitica per la mia incompetenza, ma appare chiaro che una volta finito tutto questo gli equilibri economici e politici globali saranno mutati. Mentre il resto resterà come sempre uguale.

La speranza è di non adagiarsi, ma di rialzarsi e ripartire.

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The people I like. Al Maxxi le fotografie di Giovanni Gastel

Lo scorso 15 Settembre è stata inaugurata presso il Maxxi (Museo delle Arti del XXI secolo) , la mostra fotografica Giovanni Gastel. The People I Like, a cura di Umberto Frigerio, che afferma: “Difficilissimo […] è stato fare la selezione tra i numerosissimi ritratti fotografici di tutti questi anni. Selezione durissima, sofferta, – abbiamo dovuto lasciare fuori bellissime foto e bellissime persone, amici e artisti-soprattutto perché abbiamo intitolato la mostra: Giovanni Gastel. The people I like.”

Giovanni Gastel inizia a lavorare da Christie’s tra il 1975-1976, affinando la sua tecnica fotografica con un lungo apprendistato, ma la svolta arriva nel 1981 con l’incontro con Carla Ghiglieri, la quale diventata sua agente e lo introduce nel mondo della moda.

Da qui in poi la sua vita è tutta in salita, dopo le prime pubblicazioni su riviste come Annabella, inizia ad essere ricercato anche da altri, Edimoda e Mondo Uomo e Donna, ma la consacrazione nel modo dei fotografi di fama internazionale arriva nel 1997 con un sua personale realizzata da Germano Celant alla Triennale di Milano. Da qui il suo successo professionale si consolida fino a raggiungere la notorietà di artisti del suo campo, quali Mario Testino, Oliviero Toscani, Helmut Newton.

Giovanni Gastel, nato a Milano il 27 dicembre 1955 da Giuseppe Gastel e da Ida Visconti di Modrone, ultimo di sette figli; oggi è membro del Consiglio di amministrazione del Museo di Fotografia Contemporanea, partner istituzionale della Triennale di Milano e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione IEO-CCM.

Con le direttive post Covid-19, per accedere alla mostra è preferibile acquistare il biglietto online, la mostra dura in tutto un’ora ma basta per ammirare le fotografie esposte.

Tra i personaggi ritratti, spiccano i volti di Carolina Crescentini, Isabella Ferrari, Carla Sozzani, Pino Daniele, Bebe Vio, Giuseppe Di Piazza, Luciana Littizzetto, Fiorello, Barack Obama, Marco Pannella, Vasco Rossi, Jovanotti, Giuliano Sangiorgi, Omar Pedrini, Nicola Savino; oltre 200 ritratti, molti dei quali in bianco e nero, che sembrano voler restituire l’anima del soggetto fotografato.

Giovanni Gastel è famoso sopratutto per questa sua particolare capacità di immortalare la vera essenza dei protagonisti delle sue fotografie, il suo uso della luce da risalto al personaggio, lo mette al centro della scena, questa tecnica ricorda molto lo stile pittorico del Caravaggio.

Egli, come il pittore, riesce a donare ai soggetti un corpo e una forma tridimensionale grazie all’illuminazione che, come su un palcoscenico, sottolinea i volumi dei corpi che escono improvvisamente dal buio della scena. 

Giovanni Gastel stesso afferma: “Fotografare è una necessità e non un lavoro. Rendere eterno un “incontro” tra due anime, mi incanta e mi fa sentire parte di un tutto”.

La mostra, che si concluderà il prossimo 22 Novembre, rappresenta un dialogo continuo tra anime, quelle del fotografo, del soggetto fotografato e dello spettatore.

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Mostra fotografica di Giovanni Gastel al MaxxiFotografie di Giovanni Gastel al Maxxi

Once upon a time… Rasiglia

Questo racconto potrebbe iniziare con “C’era una volta” perché il luogo che sto per descrivere ha tutti gli attributi per entrare nel mondo delle fiabe: piccolo, lontano dalla città, circondato dalla natura e dall’acqua.

Dunque come tutte le fiabe che si rispettano val la pena iniziare con una poesia, ma questa in partisolare è stata scritta proprio per questo paese da Luciano Cicioni: Ruscelletti sussurranti Allettanti melodie Scendon freschi e spumeggianti In un dedalo di vie! Giulia intensa e misteriosa Lentamente al cuor ti piglia Il pensier sereno posa_ Ah! Dolcissima Rasiglia!

Rasiglia specchi d’acqua

Proprio come la poesia racconta, Rasiglia è un piccolo e dolce paese, termine che si adatta alla perfezione a questo bomboniera che si sviluppa lungo il costone della montagna, a 600 metri di altitudine, nella conformazione tipica ad anfiteatro.

Sovrastata dall’antica roccaforte, che ancora si erge in tutta la sua maestosità, il paese ha la tipica struttura del borgo medievale, anche se purtroppo distrutto dal terremoto del 1997 è stato poi ricostruito con rispetto ed armonia del territorio e delle strutture originali, anche se poco è rimasto di autentico i segni del passato sono sempre presenti. Gli sforzi fatti dagli abitanti per mantenere viva la memoria storica sono ripagati dalla grande affluenza di turisti.

Nel XIV secolo data la sua posizione Rasiglia rappresentava un punto strategico per il controllo della valle del Menotre ed era inoltre vicina ad un importante snodo commerciale tra Roma e la Marca Anconitana, per questo la famiglia Trinci decise di stabilire alcune sue proprietà, tra cui alcune case, un molino ed una gualchiera. Nel Seicento la posizione di Rasiglia e la facilità di riferimento dell’acqua garantirono il proliferare di attività artigianali, tra cui la tessitura di cui i posso no ancora oggi ammirare telai e cardatori, perfettamente conservati.

A parte la triste parentesi dovuta ai rastrellamenti nazifascisti durante la seconda guerra mondiale, a causa dei quali furono deportati due abitanti del paese; Rasiglia ha potuto godere di una florida economica sopratutto dal 1945 al 1980.

Ciò che colpisce di Rasiglia e che l’ha resa famosa come la “Piccola Venezia dell’Umbria” sono i corsi d’acqua costruiti per poter sfruttare appieno la corsa idrica generata dalla sorgente Capovena.

Il Borgo è veramente graziosa, possiede una forza che catalizza l’attenzione a ti porta a continuare a girare da un punto all’altro per non lasciare nessun’ angolo inesplorato. La cucina è quella tipica umbra e può essere gustata nei piccoli ristoranti ed osterie sparsi per il borgo.

La nuova veste di Rasiglia ha portato anche la nascita di alcuni eventi culturali, di questi si ricordano: Rasiglia, Paese presepe, dal 26 dicembre al 6 gennaio; Penelope a Rasiglia, il telaio tradizionale, che si tiene il primo fine settimana di giugno compatibilmente con le altre festività nazionali.

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Matera tra passato e futuro

Lo scorso fine settimana, vista la clemenza del tempo, ho visitato Matera.

La prima volta che sono stata a Matera avevo, forse, tra gli 11 ed i 12 anni, l’impressione che mi lasciò fu quella di un piccolo paese arroccato sulle montagne, triste ed isolato.

A distanza di anni, complice il film di Mel Gibson “The Passion” , la nomina a città della cultura nel 2019 e la fiction italiana “Sorelle” di Cinzia TH Torrini, ho trovato una città viva, pulita e allegra.

Purtroppo però raggiungerla è sempre scomodo, se non si ha la macchina inoltre si ha difficoltà a perlustrare il territorio circostante. Per raggiungerla le opzioni sono: autobus di linea o treno per la stazione di Ferrandina scalo Matera da dove partono gli autobus per la città.

Matera si erge tra la continuazione dell’altopiano delle Murge e la fossa dove scorre il fiume Bradano, che grazie ad una diga costruita negli anni cinquanta da vita al lago San Giuliano.

Matera Murgia
Grotte di Matera

La parte antica di Matera è separata dalle antiche grotte, che è possibile visitare grazie ad un sentiero, dall’affluente del Bradano noto come Fiumicello o Gravina di Matera. Da una parte dunque abbiamo il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso e dall’altra parte, dove si vedono le grotte, c’è la sponda del Parco della Murgia, di cui una parte è compresa nel Parco Regionale Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri.

La parte storica di Matera, nonché patrimonio mondiale dell’umanità Unesco dal 1993, è rappresentata dai famosi Sassi e dalle antiche cisterne, la più grande può essere visitata dall’ingresso che si trova in centro. I Sassi in sostanza sono le antiche abitazioni dei materani, piccoli aggregati di case scavate nella roccia calcarea a ridosso del burrone chiamato Gravina.

Cisterna di Matera
Cisterna di Matera

Le cisterne invece rappresentavano una fonte di approvvigionamento dell’acqua; per la sua posizione Matera è molto sicura ma all’epoca non era facile reperire acqua sopratutto in caso d’assedio così sfruttando la friabilità della roccia sono state crete condotte idrauliche che confluivano in cisterne e palombari, esempio di grande ingegneria idraulica.

Matera oggi è una città degna del più alto numero di turisti, ricca di punti di interesse e piccole curiosità, a partire dalle tante installazioni d’arte che è possibile incontrare lungo la strada a finire con le numerose chiese, ognuna con una particolare peculiarità.

Una città piena di vita notturna, soprattutto con le stagioni miti, che offre anche un vasto assortimento di cibi, dai peperoni cruschi al pane.

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Campaegli e Cervara di Roma

Nonostante sia ancora presente il coronavirus, che sta mettendo in ginocchio una grande parte dell’economia mondiale, molte attività sono quasi tornate alla normalità.

Complice il caldo insopportabile di alcune metropoli, la necessità di evadere dalla città è in crescita, sempre nel rispetto delle vigenti norme di sicurezza.

Una delle possibili mete per trovare rifugio dalla canicola estiva può essere la montagna. La montagna offre la possibilità di rispettare il distanziamento sociale, ancora raccomandato in questo periodo, e, cosa più importate, fresco, aria pulita e paesaggi sconfinati.

Tra il lazio e l’Abruzzo si estendono i monti Simbruini che fanno parte del Subappennino laziale e che offrono una varietà di percorsi in mezzo alla natura. Si può ad esempio fare una piacevole camminata in località Campaegli portando il necessario per un picnic o prenotando al Rifugio Montano Campaegli.

Passeggiando per questi Monti potrete ammirare la loro conformazione geologica, osservare tutto il promontorio circostante, se non c’è foschia si riesce a vedere fino al mare.

Oltre ad un paesaggio rilassante la montagna offre anche la possibilità di incappare nella fauna locale, come le mucche Podoliche che attraversano le strade ed i pascoli oppure ci si può imbattere in una mandria di cavalli.

Se poi amate la tranquillità dei borghi una meta perfetta è Cervara di Roma.

Appena sotto Campaegli si erge questo piccolo borgo arroccato, farete molta attività fisica a salire e scendere le scale ma le opere che troverete lungo la ben nota scalinata degli artisti valgono la fatica. Inoltre dal punto più alto potete godere di un bellissimo panorama sulla valle sottostante.

Questo piccolo borgo è da sempre una sorta di attrazione per gli artisti, infatti la sua fama risale ai primi anni del 1800 quando venne inserita nell’itinerario degli artisti stranieri, i quali integravano il loro soggiorno romano con la perlustrazione delle località limitrofe.

Qui oltre a tanti dipinti, murales e poesie, c’è impressa nella pietra una melodia “Notturno-Passacaglia per Cervara” composta dal Maestro Ennio Morricone, scomparso da poco, in omaggio al borgo montano.

Se ti interessa l’Abruzzo leggi anche Rocca Calascio tra sogno e realtà

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  • Mandria di mucche a Campaegli
  • Veduta del borgo di Cervara di Roma
  • Opera di Ennio Morricone al Cervara
  • Mandria di cavalli a Campaegli
  • Chiesa di Cervara di Roma
  • Opere nella roccia a Cervara
  • Piazza del centro di Cervara
  • Panorama in località Campaegli

 

ARTHEMISIA impossibile riaprire mostre al pubblico il 18 maggio

Lo scorso 28 Aprile è giunta la dichiarazione di Iole Siena Presidente del Gruppo Arthemisia in merito alla riapertura delle mostre pronosticata per il 18 Maggio.

Logo Arthemisia mostre
Immagine di proprietà di Arthemisia

La Presidente ha affermato che per quanto lodevole possa essere la volontà di riaprire le mostre al pubblico il 18 Maggio prossimo, questo non sarà possibile. Queste le ragioni del suo no:

1. Non c’è stata ancora una risposta su eventuali sostegni per le imprese della cultura: con le grosse perdite subite, non è possibile correre ulteriori rischi senza sapere se vi saranno aiuti e come si potranno portare avanti le attività.

2. Il periodo maggio-settembre è notoriamente quello con le minori affluenze di pubblico alle mostre. In tempi “normali” aprire una mostra a maggio equivale a una perdita certa (la stagione primaverile delle mostre va da febbraio a giugno); in questo momento, con i contagi e la paura ancora diffusi, significherebbe aprire per (forse) pochissime persone al giorno. Va anche considerato il fattore psicologico: dopo quasi due mesi di quarantena, quante persone vorranno recarsi in un luogo chiuso come lo spazio espositivo di una mostra? E quante, con le incertezze economiche correnti, potranno spendere soldi per visitare una mostra?

3. Il pubblico delle mostre è composto per il 10% dal pubblico scolastico (escluso in questa fase), per il 40% dal pubblico dei gruppi (escluso in questa fase), per il 15% dal pubblico di turisti (escluso in questa fase), per il 15% dal pubblico over 65 anni (escluso in questa fase). Rimane un 20% del cosiddetto “pubblico singolo” che, se anche volesse andare alle mostre, non consentirebbe in alcun modo di coprire le spese.

4. Con le necessarie misure di sicurezza, potrà entrare una persona ogni 5 minuti, quindi al massimo 120 persone al giorno, con un incasso medio di circa 1.200 euro al giorno. Il costo giornaliero medio di una mostra, considerando il personale di vigilanza e di biglietteria, le assicurazioni, gli affitti, le pulizie, ecc., si aggira intorno ai 6.000 euro. È evidente che sarebbe del tutto antieconomico.

5. Gli spazi espositivi delle mostre tipicamente non sono ambienti “sani”: non hanno finestre (né si possono aprire, per la conservazione delle opere), di solito hanno la moquette in terra, non c’è ricambio di aria. Anche immaginando una sanificazione frequente (che peraltro costituisce un costo in più), qualora in mostra passasse una persona contagiata metterebbe a rischio tutte le altre, perché anche adottando la distanza sociale di uno o due metri, l’aria nelle stanze resterebbe la stessa e i pavimenti non sono facilmente lavabili. Tantomeno sono lavabili le opere d’arte, che non potranno di certo essere disinfettate. Infine nessun assicuratore esercita una copertura per i rischi di contagio da coronavirus, quindi il rischio per chi organizza sarebbe molto alto.

6. Le misure di sicurezza da adottare (prenotazioni obbligatorie per i visitatori, percorsi obbligati all’interno delle sale, audioguide da rifare, santificazione frequente, dispositivi per la igiene del pubblico, impianti per il ricambio salubre dell’aria), richiedono tempo (almeno 4 mesi di lavoro) e ulteriori investimenti. Si sarà pronti non prima di settembre, con le misure adeguate.

7. I prestatori nazionali e internazionali non prestano finchè non c’è certezza di poter viaggiare, e sicuramente a maggio i viaggi internazionali non saranno consentiti.

La Presidente Iole sostiene fermamente che per le mostre private sarà molto difficile riaprire prima di Ottobre 2020 o di notizie certe che il rischio di contagio del Coronavirus è stato definitivamente annullato.

Continua dicendo che occorre prima di tutto affrontare il tavolo dei sostegni alle imprese della cultura, poi si devono mettere a punto le misure di sicurezza avendo il tempo di testarle, e poi si possono annunciare le riaperture in maniera sensata e univoca, mettendo tutti nelle stesse condizioni di operare, anche per correttezza di mercato.

Bisogna tenere conto che le misure cautelative adottate a seguito dell’emergenza COVID-19 hanno recato ingenti perdite economiche alle imprese del settore della cultura. Nello specifico
il settore delle mostre d’arte che vive sugli incassi delle biglietterie, bloccate dalla metà di febbraio, e che al 95% anticipa i costi prima dell’apertura, si è ritrovato con una spesa di qualche milione di euro. Questa spesa ovviamente non è stata compensata dai ricavi, che come è ovvio non sono potuti maturare.

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Il Ponte di Genova al tempo del COVID-19

Oggi i telegiornali nazionali hanno annunciato che è stato concluso il varo del nuovo ponte di Genova. Un cantiere iniziato nel 2019 che non si è mai fermato e che continua a lavorare, per garantire a Genova il collegamento tra la riviera di Ponente e quella di Levante.

Il pensiero va alle vittime del crollo del Ponte Morandi, una ferita che rimarrà aperta nel cuore di Genova e  dell’Italia intera, perché quel ponte che si sta ricostruendo ricorderà per sempre la tragedia che si è consumata in silenzio. In silenzio perché le crepe, attraverso le quali si infiltrava l’acqua deteriorando lentamente il cemento armato, sono state ignorate per anni, finché le numerose sollecitazioni a cui veniva sotto posto il ponte lo hanno compromesso definitivamente fino al crollo.

Per quanto sia positivo che i lavori avviati dalla Salini-Impreglio su progetto di Renzo Piano vadano così spediti, contro tutti i pronostici che vedevano un lavoro così imponente procrastinarsi per anni, come solito per i lavori statali. Viene da chiedersi perché si è dovuto attendere un evento tragico, perché sono dovute morire delle persone per mettere in moto la macchina del Governo e far si che la struttura fosse abbattuta e ricostruita.

Questa incognita porta con s’è altri quesiti, viene da chiedersi, anche, perché c’è voluto un virus ed altrettante morti per puntare i fari su un sistema sanitario stretto dalla morsa dei tagli economici.

Viene inoltre da chiedersi perché nei paesi toccati dal terremoto, la macchina dello stato sia ancora così lenta e la ricostruzione tardi a vedere la luce.

Si è detto tanto, tra polemiche e critiche, si è detto che il paese è vecchio, che c’è molto da rifare. Ciò che è emerge è che sono mancate le giuste professionalità ed è mancato il rispetto per il prossimo.

Resta la tragedia, la morte di tante persone che ricorderemo per sempre.

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Pasqua 2020

Quando si pensa alla Pasqua, si pensa spesso al momento della convivialità dello stare insieme in un giorno di festa.

Questa Pasqua 2020 la ricorderemo tutti a causa delle nuove abitudini acquisite per mantenere il distanziamento sociale, per proteggerci dal contagio del Covid-19 e sopratutto per proteggere i più fragili.

La ricorderemo anche perché inevitabilmente ci ha costretti tutti a meditare su ogni singolo momento della nostra vita.

Forse questa Pasqua sarà una resurrezione per tutti noi.

Vi auguro salute, serenità, e prosperità.

Buona Pasqua

Ventinovesimo giorno di quarantena

Come sempre mi sveglio piano, con cautela scendo dal letto ed a tentoni cerco la vestaglia. Esco piano dalla stanza per non svegliarlo.

Entro nella camera dei ragazzi per vedere che stiano dormendo tranquilli ed ammirare il mio orgoglio, forse l’unico della mia vita. Non sono mai stata brava in nulla, lui non fa altro che ripeterlo da quando ci siamo sposati.

Fino ad un mese fa pensavo avesse ragione, ma ieri ho smesso di credergli per sempre.

Quando ho avuto l’ultimo figlio ho lasciato il lavoro,  non riuscivo a stare dietro a tutto; gli amici hanno smesso di chiamarmi, quando hanno visto che non uscivo più per stare con mio marito e i bambini. Mi sono rimasti vicini solo Lina ed Enrico, che ancora mi chiamano per sapere come sto, sopratutto quando lui è a lavoro, geloso com’è se sente che qualcuno mi chiama si innervosisce e mi riempie di botte.

Ricordo la prima volta che lo ha fatto, ero andata a prendere i ragazzi ad una festa di compleanno di un loro compagno di scuola, erano le 21 quando siamo arrivati a casa. Lui ha sbraitato perché la cena non era pronta: “una moglie deve pensare prima al marito e poi ai figli, diceva. Tu hai visto qualcun altro con la scusa dei ragazzi.” Io gli ho spiegato che non era così avevo solo ringraziato i genitori di Giuseppe per l’invito e chiesto come era stata la festa. Ma lui niente, non si è fidato. Mi ha lanciato un man rovescio che mi ha fatto sbattere contro il frigorifero.

Il giorno dopo, mi ha chiesto scusa, ha detto che era stanco e non ragionava. Ma dopo quel giorno sono arrivate altre botte, le motivazioni erano sempre le più futili. Mi dicevo che forse ero io che non sapevo come rispondere per non irritarlo. Così dopo aver ridotto le uscite all’osso, ho provato a non rispondere più e mi rendo invisibile il più possibile.

Ma come può un uomo che per sei anni ti ha trattato con i guanti di velluto, coccolato e rispettato in tutto, cambiare così dal giorno alla notte?

Persino quando invitava i suoi amici a casa per le partite si chiudeva nel salotto e evitava che loro mi potessero vedere. Mi intimava di rimanere in camera dei ragazzi, quando i suoi amici suonavano il campanello li faceva entrare in salotto, dove io gli avevo sistemato le birre e i panini da mangiare con loro, e poi si chiudeva la porta dietro.

I ragazzi  vedevo che avevano un’aria sempre più triste, i loro occhi non erano più quelli luminosi e pieni di vita che i ragazzi della loro età hanno, almeno che io ricordi debbano avere. Io ho sempre cercato di tranquillizzarli, spiegavo che il loro padre era molto stressato, che arriva stanco la sera a causa del suo lavoro difficile e pieno di responsabilità. Poteva capitare che perdesse la pazienza. Ma vedevo nei loro sguardi permanere tanta tristezza e preoccupazione.

Un giorno mi chiamano da scuola, mi devono parlare dei ragazzi, penso sia successo qualcosa, mi precipito così in fretta che dimentico di coprire il collo con un foulard. Mi rendo conto della cosa solo a scuola, quando vedo che gli occhi della preside sono fissi sul mio collo, allora in lei vedo lo stesso sguardo triste dei miei figli. Cerco di spiegarle che il livido che vede me lo sono procurato con la mia borsa che era rimasta chiusa nella portiera della macchina e tirando la tracolla mi ha procurato quel brutto livido.

Ma lei, dopo avermi ascoltata, mi ha detto che Pietro e Alessandro avevano parlato con la loro maestra per sapere perché lo stress da lavoro porta gli uomini a picchiare le donne. La maestra così ha cercato insieme allo psicologo d’istituto di approfondire, per capire le loro domande da cosa fossero mosse. E loro hanno detto che il loro papà spesso quando tornava dal lavoro urlava con la loro mamma e la picchiava, hanno detto anche che io dicevo sempre che il loro papà faceva così perché era stanco e stressato dal lavoro.

Oddio, adesso come faccio, come spiego che tutto questo è solo colpa mia, che sono maldestra ed inetta. Mentre io penso a come giustificare tutto, la preside mi parla di un centro antiviolenza che si occupa di donne vittime di abusi in famiglia, mi da anche i numeri, tutte le indicazioni per contattarli e dei programmi che hanno. Mi dice che il primo passo spetta solo a me, devo mettermi in contatto con loro e poi una volta al sicuro mi aiuteranno a denunciare il responsabile degli abusi.

Vittima, abusi, violenza domestica, quando sento queste parole mi sembra di stare  dentro un’enorme bolla di sapone sospesa nell’aria, così mi sorprendo a dire, contro ogni logica, che i ragazzi hanno molta fantasia, con tutta la televisione che vedono avranno sicuramente frainteso. Lei mi guarda con lo sguardo di chi ha capito tutto e mi dice solo una cosa: “Pensi al benessere dei suoi figli, se un giorno lei non gli bastasse più e dovesse prendere di mira loro?”

A quel punto la bolla di sapone si è rotta e sono precipitata nella realtà, i miei figli, la mia gioia, loro non dovrà mai toccarli. Scoppio a piangere e lei mi abbraccia, così io racconto tutto, del fidanzamento prima e delle botte poi, di come tutto sia cambiato all’improvviso. ”Perché è cambiato così?”- le chiedo – “C’è un modo per aiutarlo?” nonostante tutto ho ancora l’assurda speranza di poter salvare qualche cosa di lui.

Lei mi guadra e mi dice che adesso è arrivato il momento di aiutare me stessa ed i ragazzi, loro hanno il diritto a vivere una infanzia serena ed io di ritrovare la mia dignità e la mia libertà. Mi riprendo e mi congedo con la promessa che avrei contattato il centro e cercato di porre fine a questo incubo.

Era il 6 Marzo, poi è iniziato il lockdown a causa del coronavirus.

Da allora sono passati 29 giorni. L’incubo non è ancora finito, ora lui lavora in smartworking. Con lui sempre a casa, Lina ed Enrico non si fanno più sentire per non crearmi problemi. Quanto mi manca il loro supporto.

Nonostante mio marito ora sia sempre a casa, il suo comportamento non è cambiato.

Ieri si è arrabbiato con Pietro perché non gli aveva sgombrato il tavolo da lavoro dai suoi libri. Gli ha quasi messo le mani ha dosso, ma io per fortuna sono riuscita ad intercettare il braccio, Così la sua furia si è scatenata su di me.

Quando ripenso a ieri, a Pietro terrorizzato e Alessandro con lo sguardo smarrito, mi sento morire. Non ci ho visto più, ho deciso di liberarci.

Adesso sono in bagno con il mio telefono che chiedo aiuto al centro. Stanno arrivando con la polizia per portarci lontano da quello che non è più un essere umano, ma un mostro informe.

Mi chiamo Simona ed ho scelto di ricominciare a vivere.

Questa è una storia di fantasia, ma in questo momento così delicato e difficile che costringe tutti a casa in quarantena, molte donne vivono questo stesso incubo quotidianamente, alcune chiuse in casa con il loro aguzzino. Solo poche hanno la fortuna di essere salvate come Simona.

In questo periodo i centri antiviolenza, le case rifugio e le femministe Non una di meno sono sempre attivi per sostenere le donne in pericolo.

Sono continui gli appelli che ricordando il numero gratuito 1522 del servizio pubblico della Presidenze del Consiglio-Dipartimento Pari Opportunità, attivo 24 ore su 24, oppure in chat, per non essere scoperte.

La campagna ministeriale è portata avanti dalla ministra alle Pari Opportunità e alla Famiglia Elena Bonetti alla quale hanno subito aderito molti artisti, tra i quali ricordiamo: Fiorella Mannoia, Paola Turci, Ornella Vanoni, Giuliano Sangiorgi, Francesca Michielin, Paola Cortellesi, ma sono veramente in tanti a dare il loro supporto.

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