Once upon a time… Rasiglia

Questo racconto potrebbe iniziare con “C’era una volta” perché il luogo che sto per descrivere ha tutti gli attributi per entrare nel mondo delle fiabe: piccolo, lontano dalla città, circondato dalla natura e dall’acqua.

Dunque come tutte le fiabe che si rispettano val la pena iniziare con una poesia, ma questa in partisolare è stata scritta proprio per questo paese da Luciano Cicioni: Ruscelletti sussurranti Allettanti melodie Scendon freschi e spumeggianti In un dedalo di vie! Giulia intensa e misteriosa Lentamente al cuor ti piglia Il pensier sereno posa_ Ah! Dolcissima Rasiglia!

Rasiglia specchi d’acqua

Proprio come la poesia racconta, Rasiglia è un piccolo e dolce paese, termine che si adatta alla perfezione a questo bomboniera che si sviluppa lungo il costone della montagna, a 600 metri di altitudine, nella conformazione tipica ad anfiteatro.

Sovrastata dall’antica roccaforte, che ancora si erge in tutta la sua maestosità, il paese ha la tipica struttura del borgo medievale, anche se purtroppo distrutto dal terremoto del 1997 è stato poi ricostruito con rispetto ed armonia del territorio e delle strutture originali, anche se poco è rimasto di autentico i segni del passato sono sempre presenti. Gli sforzi fatti dagli abitanti per mantenere viva la memoria storica sono ripagati dalla grande affluenza di turisti.

Nel XIV secolo data la sua posizione Rasiglia rappresentava un punto strategico per il controllo della valle del Menotre ed era inoltre vicina ad un importante snodo commerciale tra Roma e la Marca Anconitana, per questo la famiglia Trinci decise di stabilire alcune sue proprietà, tra cui alcune case, un molino ed una gualchiera. Nel Seicento la posizione di Rasiglia e la facilità di riferimento dell’acqua garantirono il proliferare di attività artigianali, tra cui la tessitura di cui i posso no ancora oggi ammirare telai e cardatori, perfettamente conservati.

A parte la triste parentesi dovuta ai rastrellamenti nazifascisti durante la seconda guerra mondiale, a causa dei quali furono deportati due abitanti del paese; Rasiglia ha potuto godere di una florida economica sopratutto dal 1945 al 1980.

Ciò che colpisce di Rasiglia e che l’ha resa famosa come la “Piccola Venezia dell’Umbria” sono i corsi d’acqua costruiti per poter sfruttare appieno la corsa idrica generata dalla sorgente Capovena.

Il Borgo è veramente graziosa, possiede una forza che catalizza l’attenzione a ti porta a continuare a girare da un punto all’altro per non lasciare nessun’ angolo inesplorato. La cucina è quella tipica umbra e può essere gustata nei piccoli ristoranti ed osterie sparsi per il borgo.

La nuova veste di Rasiglia ha portato anche la nascita di alcuni eventi culturali, di questi si ricordano: Rasiglia, Paese presepe, dal 26 dicembre al 6 gennaio; Penelope a Rasiglia, il telaio tradizionale, che si tiene il primo fine settimana di giugno compatibilmente con le altre festività nazionali.

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ARTHEMISIA impossibile riaprire mostre al pubblico il 18 maggio

Lo scorso 28 Aprile è giunta la dichiarazione di Iole Siena Presidente del Gruppo Arthemisia in merito alla riapertura delle mostre pronosticata per il 18 Maggio.

Logo Arthemisia mostre
Immagine di proprietà di Arthemisia

La Presidente ha affermato che per quanto lodevole possa essere la volontà di riaprire le mostre al pubblico il 18 Maggio prossimo, questo non sarà possibile. Queste le ragioni del suo no:

1. Non c’è stata ancora una risposta su eventuali sostegni per le imprese della cultura: con le grosse perdite subite, non è possibile correre ulteriori rischi senza sapere se vi saranno aiuti e come si potranno portare avanti le attività.

2. Il periodo maggio-settembre è notoriamente quello con le minori affluenze di pubblico alle mostre. In tempi “normali” aprire una mostra a maggio equivale a una perdita certa (la stagione primaverile delle mostre va da febbraio a giugno); in questo momento, con i contagi e la paura ancora diffusi, significherebbe aprire per (forse) pochissime persone al giorno. Va anche considerato il fattore psicologico: dopo quasi due mesi di quarantena, quante persone vorranno recarsi in un luogo chiuso come lo spazio espositivo di una mostra? E quante, con le incertezze economiche correnti, potranno spendere soldi per visitare una mostra?

3. Il pubblico delle mostre è composto per il 10% dal pubblico scolastico (escluso in questa fase), per il 40% dal pubblico dei gruppi (escluso in questa fase), per il 15% dal pubblico di turisti (escluso in questa fase), per il 15% dal pubblico over 65 anni (escluso in questa fase). Rimane un 20% del cosiddetto “pubblico singolo” che, se anche volesse andare alle mostre, non consentirebbe in alcun modo di coprire le spese.

4. Con le necessarie misure di sicurezza, potrà entrare una persona ogni 5 minuti, quindi al massimo 120 persone al giorno, con un incasso medio di circa 1.200 euro al giorno. Il costo giornaliero medio di una mostra, considerando il personale di vigilanza e di biglietteria, le assicurazioni, gli affitti, le pulizie, ecc., si aggira intorno ai 6.000 euro. È evidente che sarebbe del tutto antieconomico.

5. Gli spazi espositivi delle mostre tipicamente non sono ambienti “sani”: non hanno finestre (né si possono aprire, per la conservazione delle opere), di solito hanno la moquette in terra, non c’è ricambio di aria. Anche immaginando una sanificazione frequente (che peraltro costituisce un costo in più), qualora in mostra passasse una persona contagiata metterebbe a rischio tutte le altre, perché anche adottando la distanza sociale di uno o due metri, l’aria nelle stanze resterebbe la stessa e i pavimenti non sono facilmente lavabili. Tantomeno sono lavabili le opere d’arte, che non potranno di certo essere disinfettate. Infine nessun assicuratore esercita una copertura per i rischi di contagio da coronavirus, quindi il rischio per chi organizza sarebbe molto alto.

6. Le misure di sicurezza da adottare (prenotazioni obbligatorie per i visitatori, percorsi obbligati all’interno delle sale, audioguide da rifare, santificazione frequente, dispositivi per la igiene del pubblico, impianti per il ricambio salubre dell’aria), richiedono tempo (almeno 4 mesi di lavoro) e ulteriori investimenti. Si sarà pronti non prima di settembre, con le misure adeguate.

7. I prestatori nazionali e internazionali non prestano finchè non c’è certezza di poter viaggiare, e sicuramente a maggio i viaggi internazionali non saranno consentiti.

La Presidente Iole sostiene fermamente che per le mostre private sarà molto difficile riaprire prima di Ottobre 2020 o di notizie certe che il rischio di contagio del Coronavirus è stato definitivamente annullato.

Continua dicendo che occorre prima di tutto affrontare il tavolo dei sostegni alle imprese della cultura, poi si devono mettere a punto le misure di sicurezza avendo il tempo di testarle, e poi si possono annunciare le riaperture in maniera sensata e univoca, mettendo tutti nelle stesse condizioni di operare, anche per correttezza di mercato.

Bisogna tenere conto che le misure cautelative adottate a seguito dell’emergenza COVID-19 hanno recato ingenti perdite economiche alle imprese del settore della cultura. Nello specifico
il settore delle mostre d’arte che vive sugli incassi delle biglietterie, bloccate dalla metà di febbraio, e che al 95% anticipa i costi prima dell’apertura, si è ritrovato con una spesa di qualche milione di euro. Questa spesa ovviamente non è stata compensata dai ricavi, che come è ovvio non sono potuti maturare.

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Il Ponte di Genova al tempo del COVID-19

Oggi i telegiornali nazionali hanno annunciato che è stato concluso il varo del nuovo ponte di Genova. Un cantiere iniziato nel 2019 che non si è mai fermato e che continua a lavorare, per garantire a Genova il collegamento tra la riviera di Ponente e quella di Levante.

Il pensiero va alle vittime del crollo del Ponte Morandi, una ferita che rimarrà aperta nel cuore di Genova e  dell’Italia intera, perché quel ponte che si sta ricostruendo ricorderà per sempre la tragedia che si è consumata in silenzio. In silenzio perché le crepe, attraverso le quali si infiltrava l’acqua deteriorando lentamente il cemento armato, sono state ignorate per anni, finché le numerose sollecitazioni a cui veniva sotto posto il ponte lo hanno compromesso definitivamente fino al crollo.

Per quanto sia positivo che i lavori avviati dalla Salini-Impreglio su progetto di Renzo Piano vadano così spediti, contro tutti i pronostici che vedevano un lavoro così imponente procrastinarsi per anni, come solito per i lavori statali. Viene da chiedersi perché si è dovuto attendere un evento tragico, perché sono dovute morire delle persone per mettere in moto la macchina del Governo e far si che la struttura fosse abbattuta e ricostruita.

Questa incognita porta con s’è altri quesiti, viene da chiedersi, anche, perché c’è voluto un virus ed altrettante morti per puntare i fari su un sistema sanitario stretto dalla morsa dei tagli economici.

Viene inoltre da chiedersi perché nei paesi toccati dal terremoto, la macchina dello stato sia ancora così lenta e la ricostruzione tardi a vedere la luce.

Si è detto tanto, tra polemiche e critiche, si è detto che il paese è vecchio, che c’è molto da rifare. Ciò che è emerge è che sono mancate le giuste professionalità ed è mancato il rispetto per il prossimo.

Resta la tragedia, la morte di tante persone che ricorderemo per sempre.

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2020 La società ai tempi del coronavirus

Da più di un mese si sta affrontando, in più paesi, l’emergenza dovuta all’estrema rapidità con cui il COVID-19 (Coronavisrus) si sta diffondendo da individuo ad individuo.

Sono tanti i casi di contagio, molte purtroppo le persone con patologie pregresse che sono morte sfiancate dal Coronavirus.

Il sistema sanitario italiano, che sta affrontando in prima linea il contagio, sembra essere quasi giunto al collasso, come riportano le agenzie di stampa. Il governo attraverso i canali media, oltre a chiarire le basilari indicazioni da adottare in caso di raffreddore ed influenza, diffonde anche informazioni utili su come riconoscere i sintomi del Coronavirus e cosa fare se si pensa di essere stati contagiati.

Le scuole, le Università, i teatri ed alcuni luoghi ad alta affluenza di persone sono stati chiusi in tutta Italia, al nord dove è scoppiato il focolaio del Coronavirus già da fine febbraio, per ora fino al 15 Marzo. Ma la data potrebbe subire ulteriori cambiamenti.

Tante società hanno aperto l’iter per il telelavoro ai propri dipendenti, per poter contenere il contagio.

Più passano i giorni, più aumentano gli aggiornamenti sul virus, più si assiste a diversi modi di affrontare questo particolare periodo da parte delle persone. Sulla rete internet sono comparsi a valanga meme (vignette satiriche) e video ridicoli sull’argomento. Anche la Francia ha mandato in onda su Canal+ un video satirico sulla pizza al Coronavirus che ha fatto indignare tante persone, subito ritirato con tanto di scuse da parte dell’emittente all’Ambasciatore italiano a Parigi.

Purtroppo è anche aumentata la psicosi, le persone hanno fatto scorte di prodotti per l’igiene in modo più alto del dovuto e le mascherine per la protezione sono quasi del tutto esaurite. Non sono mancati anche gli sciacalli che si sono approfittati del momento di crisi ed hanno iniziato a rivendere questi prodotti al mercato nero o su internet a prezzi esagerati.

Supermercati presi d’assalto come per affrontare l’apocalisse, e come se non bastasse la psicosi si è manifestata prima con la paura nel recarsi nei ristoranti cinesi fino ad arrivare anche a sfogare la rabbia con violenza fisica nei confronti degli asiatici, come riportato dalla stampa.

La storia continua a ripetersi, la pura soprattutto in determinati contesti prende il sopravvento sulla ragione ed oggi appare amplificata dalla lente d’ingrandimento di internet e dalla rapida divulgazione effettuata dai mass media. Come molti hanno fatto notare, sembra quasi di rivivere il periodo del contagio della peste descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi, le paure e gli errori di allora sono gli stessi di oggi.

Sembra una contraddizione in essere assistere ad un alto numero di contagi proprio in un epoca in cui l’informazione è a portata di tutti e quindi si dovrebbe prestare maggiore attenzione verso se stessi e verso il prossimo:

  • se si hanno sintomi influenzali rimanere a casa;
  • se invece si è raffreddati è buona prassi tossire e starnutire nei fazzoletti usa e getta o, in assenza, all’interno del gomito;
  • rimanere a dovuta distanza dagli altri per evitare di contagiarli,
  • lavarsi spesso le mani.Coronavirus come lavare le mani

Ma appare chiaro che l’amor proprio non sempre è al primo posto e così viene meno anche il rispetto verso il prossimo, verso coloro che sono immunodepressi per le ragioni più diverse, per gli anziani che già sono indeboliti da altre patologie ed bambini. Dovremmo pensare a loro in un momento come questo,  mostrando maggiore sensibilità e maturità ed evitare di diffondere il contagio.

Fin dove dobbiamo arrivare per renderci conto che dobbiamo sempre agire con coscienza ed usare la ragione?

Nel 1998 Dj Ax con gli Articolo 31 cantava una canzone dal titolo 2030 , in cui c’è un passaggio che ultimamente mi torna sempre alla memoria:

“Questo è l’anno 2030 qui chi pensa è in minoranza
Ma non ha importanza non serve più (uhu)
2030 l’indifferenza è una virtù
I cyber-nazi fanno uno show in TV
I liberatori picchiano barboni in nome di Gesù, (uhu)
L’inno nazionale suona tipo marcia funebre
Il sesso virtuale è più salubre in quanto che c’è
Un virus che si prende tramite il sudore
E in 90 ore si muore
L’HIV in confronto sembra un raffreddore
È un esperimento bellico sfuggito
E il risultato è che nessuno fa l’amore
E io sono fuorilegge in quanto di questo parlo
In quanto penso a quando questo
Potevamo anche fermarlo”

Ripensando a queste parole mi chiedo, stiamo aspettando che tutto questo diventi la realtà? Quando cambieremo rotta?

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Museo nazionale delle arti del XXI secolo tra Architettura, Spiritualità, Immagini e fumetti

In questi giorni presso il MAXXI (Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo) di Roma, sono in corso numerose esposizioni di notevole interesse.

Per quanto ogni mostra riguardi argomenti e materiali differenti il filone che le accomuna si rintraccia nel tessuto sociale che ha creato i protagonisti e dato loro notorietà, lo stesso tessuto sociale che questi protagonisti sono stati in grado di comprendere e, oggi grazie alle loro opere, abbiamo la possibilità di conoscere meglio.

La stessa struttura del museo è opera di uno dei maggiori esponenti del XXI secolo, l’architetto anglo-irachena Zaha Hadid, scelta perché in grado di creare strutture capaci di integrarsi nel tessuto urbano, per le soluzioni architettoniche innovative e per l’abilità di interpretare le potenzialità dei luoghi. Il MAXXI infatti si presenta come una enorme struttura innovativa ed armonica al tempo stesso, che con i suoi ampi spazi riesce a creare un flusso comunicativo tra i vari ambienti, fluido e senza drastiche interruzioni. Permettendo così la convivenza armoniosa tra le diverse esposizioni senza creare confusione o smarrimento nei visitatori.

Ma passiamo ora in esame le varie mostre in corso.

Della Materia Spirituale dell’Arte, che si concluderà giorno 8 Marzo, offre allo spettatore la possibilità di interrogarsi sul concetto della Spiritualità ai giorni nostri, attraverso l’interpretazione fatta dagli artisti in esposizione e poter anche confrontare questa visione con le opere risalenti all’età arcaica di Roma. Infatti insieme alle opere contemporanee sono stati riuniti reperti archeologici provenienti dai principali musei della capitale: i Musei Vaticani, il Museo Nazionale Romano, i Musei Capitolini e il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

La mostra, a cura di Bartolomeo Pietromarchi, riunisce 19 artisti ognuno con un bagaglio culturale ed un background diverso: John Armleder, Matilde Cassani, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Elisabetta Di Maggio, Jimmie Durham, Haris Epaminonda, Hassan Khan, Kimsooja, Abdoulaye Konaté, Victor Man, Shirin Neshat, Yoko Ono, Michal Rovner, Remo Salvadori, Tomás Saraceno, Sean Scully, Jeremy Shaw e Namsal Siedlecki.

Un’altra mostra che vedrà la sua conclusione nel giorno dedicato alle donne è At Home. Progetti per l’abitare contemporaneo, a cura di Margherita Guccione e Pippo Ciorra.

Un insieme di plastici, foto e piantine che riproducono edifici ed interni di abitazioni pensati per adattarsi perfettamente ai luoghi di destinazione e realizzati con materiali sempre più innovativi. Questi progetti offrono uno sguardo sui cambiamenti che si sono susseguiti nel mondo dell’architettura e nel concetto dell’abitare negli anni che vanno dal dopoguerra a oggi, con un excursus delle opere dei grandi maestri del Novecento e delle nuove figure emergenti del panorama architettonico internazionale.

Questa mostra è fortemente legata all’esposizione Kostantin Grcic. L’immaginazione al potere, che si concluderà il 15 Marzo, un’istallazione che riproduce alcune costruzioni presenti in At Home, nello specifico quelle degli architetti Sergio Musmeci, Giuseppe Perugini, Maurizio Sacripanti e  Bernard Khoury, immergendole in un ambiente surreale, ma perfettamente inserite nel contesto creato dall’artista grazie alla loro stessa natura. Questa installazione fa parte del programma Studio Visit che ogni anno invita un designer di fama internazionale a dialogare con le opere della collezione del museo per restituirne una propria personale visione. Il programma Studio Visit, che è inserito nel progetto di collaborazione tra MAXXI e Alcantara spa, ha prodotto numerose mostre che sposano l’idea di sperimentazione e ricerca propri di questa collaborazione nata nel 2011.

Sempre nell’ottica di progetti abitativi è la mostra dedicata alla produzione dall’architetto Gio Ponti, un omaggio che arriva a quaranta anni dalla sua scomparsa e offre la possibilità di conoscere l’architetto a 360°, attraverso un vasto assortimento di materiali archivistici, modelli, fotografie, libri, riviste, e oggetti.

La mostra Gio Ponti. Amare l’architettura, che si concluderà il 13 Aprile, offre la possibilità di conoscere l’universo dell’architetto,  una vasta e poliedrica produzione che unisce idee e culture differenti nella sperimentazione di nuovi concetti dell’abitare, partendo proprio dall’esigenza di costruire che lo stesso Gio Ponti definì in Vocazione architettonica degli italiani (1940):  «Gli italiani sono nati per costruire. Costruire è carattere della loro razza, forma della loro mente, vocazione ed impegno del loro destino, espressione della loro esistenza, segno supremo ed immortale della loro storia.»

L’esposizione è a cura di Maristella Casciato, Fulvio Irace in collaborazione con Margherita Guccione, Salvatore Licitra, Francesca Zanella.

Architettura, silenzio e luce. Louis Kahn nelle fotografie di Roberto SchezenGli amanti della fotografia industriale potranno visitare l’esposizione Architettura, Silenzio e Luce. Louis Kahn nelle fotografie di Roberto Schezen, aperta al pubblico fino al 2 Giugno presso il centro archivi del MAXXI. Le foto di Schezen restituiscono il pensiero e la ricerca dell’architetto Kahn, che realizzò numerose costruzioni cercando di trarre il massimo vantaggio dalla luce naturale.

La mostra, curata da Simona Antonacci ed Elena Tinacci, mette in risalto anche le visioni stranianti ed estreme proprie del lavoro fotografico di Schezen che, giocando con la luce, le ombre ed i colori, rende le immagini vere opere d’arte.

Un altro spazio dedicato allo sposalizio tra arte e fotografia è offerto dalla mostra Elisabetta Catalano. Tra immagine e performance presso la zona lobby – archive  wall fino al 15 Marzo. L’esposizione, curata da Aldo Enrico Ponis, rappresenta un diario visivo delle fotografie realizzate dall’artista, ogni capitolo corrisponde all’evento o agli artisti da lei immortalati nel suo studio,  tra questi Joseph Beuys, Fabio Mauri, Vettor Pisani e Cesare Tacchi. Attraverso queste immagini Elisabetta Catalano restituisce la performance estemporanea o creata a tavolino che gli stessi artisti le hanno commissionato.

Nell’area distaccata del MAXXI è stata allestita una mostra dedicata alla produzione di Altan, che con le sue opere a fatto ridere e piangere adulti e bambini.

Altan. Pimpa, Cipputi e altri pensatoriAltan. Pimpa, Cipputi e altri pensatori, questo il titolo della mostra che si concluderà il 13 Aprile, e che ripercorre anni di storia attraverso i disegni, i fumetti e la produzione satirica che Altan ha pubblicato negli anni. Le sue opere sono l’espressione della libertà di pensiero, una libertà che mette in dubbio ogni certezza e fa riflettere sull’ambiente circostante. Una produzione così libera da bavagli e catene che riesce ad essere attuale ancora oggi.

 

La mostra, a cura di Anne Palopoli e Luca Raffaelli, è stata realizzata in coproduzione con Fondazione Solares e Franco Cosimo Panini Editore, a cura di Anne Palopoli e Luca Raffaelli.

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Valencia ed i suoi tesori

A cinque anni di distanza sono tornata a Valencia, l’occasione era trovare delle amiche che abitano lì e non vedevo da tanto tempo. Per fortuna il tempo e le temperature sono state clementi regalandoci un clima mite e soleggiato.

Qui non vi parlerò di alberghi dove poter alloggiare, ma delle zone e delle strutture da visitare a Valencia.

Situata nella parte sud-orientale della Spagna, Valencia è una delle città più visitate sia per fascino architettonico che culturale, dopo Madrid e Barcellona.

Il periodo ideale per visitare questa città è l’autunno o la primavera, in estate è sconsigliabile a causa delle alte temperature che rendono poco piacevole gli spostamenti in ore diurne.

 

Patatas Bravas
Patatas Bravas a la Malvarrosa

Se proprio non potete fare a meno di viaggiare durante l’estate, avete la possibilità di rifugiarvi nella vicina spiaggia de la Malvarrosa, frequentata dai giovani del luogo e dove avrete la sensazione di passeggiare lungo le spiagge della California. Qui i ragazzi, il 24 Giugno, sono soliti festeggiare la notte di San Giovanni tutti insieme intorno ad un grande falò. Se andate a visitare la Malvarrosa non dimenticate di visitare la Fabrica de Hielo, un ex fabbrica di ghiaccio trasformata in centro culturale ricco di eventi di diverso genere e dove potete sempre trovare tapas y cervezas.

Tramonto ad Albufera
Tramonto ad Albufera

I più romantici invece possono recarsi presso la vicina località di Albufera, una laguna dedicata alla coltivazione di riso, che offre uno spettacolo naturale unico, chi vuole può fare un giro in barca, altrimenti ci si può sedere a bordo laguna e godersi il tramonto. 

Valencia attira l’attenzione non solo dei curiosi, ma anche degli studiosi di architettura; la città infatti è caratterizzata da un miscellaneo di strutture architettoniche, quelle classiche orientali in mattoni che ricordano il colore della sabbia, quelle in stile liberty e gotico, alle più moderne strutture costruite dal discusso architetto Santiago Calatrava per il complesso che va dalla Città delle Arti e della Scienza all’Oceanografico, o quelle di Norman Foster e di David Chipperfield.

Una volta atterrati all’aeroporto di Manises si può agevolmente raggiungere la città con il treno che porta direttamente alla Stazione del Nord, che si trova accanto alla Plaza de Toros dove si svolge la tipica corrida e ad un isolato da piazza dell’Ayuntamiento dove ha sede il palazzo dell’Alcalde (il sindaco della città) e la Posta centrale (Correos).

Piazza dell’Ayuntamento è anche sede della Mascleta, in questa occasione la piazza viene transennata e lungo tutto il suo perimetro viene allestita una lunga fila di fuochi d’artificio che vengono accesi su invito del sindaco, della fallera mayor (la donna designata a capo delle falleras), della fallera infantil (la ragazza designata a capo delle giovani falleras) e la loro corte. Questo evento si ripete ogni giorno alle ore 14 per tutto il mese di marzo. Questo evento è un altro dei motivi per cui è consigliabile visitare questa città durante il periodo primaverile.

Le Fallas sono delle processioni in onore di San Giuseppe che vanno dal 12 al 19 marzo, anche se la preparazione ha inizio a gennaio. Ogni quartiere con i propri costumi tradizionali e i propri colori, si aggrega alla sfilata di carri costruiti per l’occasione con personaggi in carta pesta di varie forme e dimensioni, il programma inoltre prevede numerosi cortei sia a cavallo che a piedi ed è contornata da cori e balli tipici. Alla fine delle Fallas si fa un’enorme pira per bruciare i carri tutti insieme, lo spettacolo è molto suggestivo perché illumina tutta la città a giorno.

Tra Plaza de la Reina e Plaza de la Virgen si trovano molti locali e negozi,  molto frequentato dai giovanissimi è il Montaditos, dove si può scegliere una vasta varietà di piccoli panini con cui accompagnare la propria cerveza,  nei paraggi si trova anche Lizzarran, locale di tradizione basca dove si può scegliere tra una vasta varietà di tapas, ma bisogna saper scegliere bene se non si vuole pagare un conto molto salato.

Per chi ama cenare con Sangria e Paella, consigliabile quella originale Valenciana

Paella valenziana
Paella valenziana

fatta con carne, fagiolini, fave, carciofi, rosmarino e l’immancabile riso, si può gustarla sia da El Rall vicino alla Lonja de la Seda, che da El Cau del Rall nei pressi di Plaza de la Reina. Chi ama i cocktails non può non assaggiare la fresca Aigua de Valencia a base di Cava o champagne, succo d’arancia, vodka e gin, oppure finire il pasto o con la dolce Mistela o con Cazalla.

I più golosi possono fare una sosta al Horchateria e Chocolateria de Santa Catalina, un bar antico e arredato con le tipiche azulejos (le maioliche spagnole). Qui si può scegliere tra i tipici Churros (pasta fritta e zuccherata) accompagnati da una tazza di cioccolato caldo e l’altrettanto tipica Horchata (simile al nostro latte di mandorla) fatto con il chufe, tubero di una pianta tipica della piana valenciana ricca di potassio, fosforo, vitamine E e C, nonché di proteine e grassi vegetali. Questa bevanda, che si serve sia liquida che come granita, viene solitamente accompagnata dai Fartons, dolci morbidi e di forma lunga tipici della città di Valencia.

Il centro di Valencia offre diverse opportunità di visite culturali: la Cattedrale in stile barocco o il campanile del Micalet, bella e suggestiva la Basilica de la Virgen de los Desamparados che possiede un meraviglioso affresco sulla cupola che raffigura l’assunzione di Maria in cielo, mentre nella piazza dell’Almoina dietro la chiesa è possibile vedere le rovine della vecchia città romana con resti monumentali risalenti al 138 a.C. corrispondenti al antico foro e attualmente ricoperti d’acqua.

Il Micalet si trova idealmente in mezzo ad un area delimitata da 2 gruppi di torri storiche che permettevano l’ingresso nella Valencia fortificata. Oggi le mura di delimitazione non esistono più, ma troneggiano ancora le Torres de Serrans, in stile gotico valenzano, il cui nome si deve alla loro posizione, alcuni dicono che prende il nome di Los Serranos, una delle 34 comarche spagnole; altri fanno risalire il nome ad una importante famiglia che abitava in quella zona. Dalla parte opposta si trovano le Torres de Quart, il cui nome si deve al Quart del Poplet nella cui direzione si affacciano, sono situate all’intersezione di due importanti strade: carrer de Quart e carrer de Guillem de Castro.

Molto bella anche la chiesa di Santa Catalina riconoscibile per il suo campanile gotico, questa sorge sulle rovine di una moschea araba e vicina a Plaza Redona dove ogni domenica mattina si svolge il mercato di prodotti della tradizione regionale. Costruito nel Novecento ma vistosamente in stile liberty è il Mercado Central dove ogni giorno si tiene il locale mercato, a pochi metri di distanza si trova la Lonja de la Seda, ovvero l’antica Borsa della seta che fu dichiarato monumento storico artistico Nazionale nel 1931 e patrimonio dell’umanità nel 1996 da parte dell’UNESCO. Dalla fine del XV secolo rappresenta la potenza economica di Valencia e viene tuttora considerato come il più brillante esempio del periodo gotico civile europeo.

Per chi ama la natura è possibile fare tappa presso il Jardi del Turia, esempio di ingegneria idraulica e architettura botanica. Il vecchio fiume di Valencia, il Turia, dopo la violenta inondazione del 1957 venne fatto deviare e al suo posto fu realizzato uno splendido giardino con una zona dedicata ai campi sportivi, un’altra area con giochi per bambini, ed un’altra ancora per potersi godere una semplice passeggiata in mezzo alla macchia mediterranea.

Pont del Mar
Pont del Mar

Il Jardi del Turia è attraversato da 5 ponti tra cui il Pont del Mar, ricostruito nel 1951 dopo l’esondazione del fiume che aveva distrutto la precedente struttura in legno. Dovendo essere ricostruito in pietra, l’architetto Francesc Figuerola incaricato del progetto optò per una struttura orientale; all’epoca il ponte era un passaggio obbligato per chi si dirigeva verso il porto, oggi è stato pedonalizzato. Proseguendo verso la direzione del mare si scopre la parte più moderna della città con il complesso de la Ciudad de las Artes y las Ciencias e il vicino Oceanografic, immenso parco acquatico dove è possibile ammirare ogni specie marina e partecipare allo spettacolo dei delfini. Di questo complesso fa anche parte il nuovo teatro dell’opera, il Palau de les Artes Reina Sofia realizzato nel 2005 a testimoniare l’intenzione della città di imporsi anche come grande centro culturale.

Puerta del Mar
Puerta del Mar

Se invece dal Pont del Mar ci si muove verso il centro della città si arriva alla Puerta del Mar, una riproduzione della vecchia Portal del Real che aveva funzione di controllo ed ingresso alla città, nel 1936 è stata aggiunta una croce per ricordare i caduti della guerra civile. La Puerta del Mar ora indica l’inizio della zona commerciale di Valencia ricca di negozi e di locali di tapas o ristoranti di vario genere.

Sempre al 2005 risale l’ampliamento dell’Istituto Valenciano di Arte Moderna (IVAM), primo museo d’arte moderna a essere inaugurato in Spagna nel 1989. Anche il Museo di Belle Arti è stato ampliato per ospitare più agevolmente le sue preziose collezioni, dalla sfavillante arte religiosa del XIII secolo alla rappresentazione della vita locale degli artisti del XIX secolo. Di notevole importanza sono le numerose opere realizzate da artisti locali conservate in entrambi i musei, un fondamentale supporto per meglio conoscere la città.

Arrivati al porto, sede della 32ª e 33ª edizione dell’America’s Cup, si scoprono i magazzini in stile liberty, il bellissimo edificio dell’orologio, esempio di arte contemporanea, e il più moderno Veles e Vents dell’architetto David Chipperfield, si tratta di diecimila metri quadrati di superficie distribuiti su quattro livelli, una composizione di vari piani orizzontali sovrapposti e sfalsati che crea un alternarsi di luci e ombre consentendo una libera e continua vista sul mare.

Abitata da un popolo molto generoso e festoso sarà facile innamorarsi di questa città e essere inglobati nella famosa movida valenciana.

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Riguardo a Valencia avevo già scritto un articolo, pubblicato per il quotidiano online per il quale scrivevo all’epoca del primo viaggio, per vedere le differenze potete leggerlo su Futuro-Europa.

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La Giostra delle anime. Un viaggio tra storia e magia

Roma- Feltrinelli, Appia Nuova, sono le ore 18 il pubblico aspetta impaziente che i giornalisti liberino Francesca Barra e Claudio Santamaria per assistere alla presentazione del primo libro scritto dalla coppia: La Giostra delle anime.

Finalmente gli autori entrano e la presentazione ha inizio.

La relatrice introduce subito gli autori che spiegano la genesi del romanzo, tutto parte da un viaggio di lavoro di Francesca Barra presso un vinificatore in Basilicata, Gerardo Giuda Trabocchetti, che le ha mostrato una fotografia della sua famiglia. Qui erano raffigurate due bambine vestite di bianco attorniate da alcuni parenti vestiti di nero, la tradizione voleva che chi aveva contratto una malattia e stava per morire vestisse di nero mentre le persone sane di bianco. Da qui l’idea di scrivere un libro ambientato nella loro terra di origine, la Basilicata (in passato Lucania).

Portare alla luce il libro, raccontano gli autori, è stata un’esperienza che li ha uniti molto, ma anche difficile perché hanno dovuto incastrare i loro impegni, calcolare le scadenze, e sopratutto Francesca Barra spesso ha dovuto seguire il marito Claudio sui set dove lavorava per carpire le sue idee sulla stesura del romanzo. Per entrambi, questo romanzo, si è rivelato un esercizio coinvolgente e di crescita sia personale che come coppia, questo ha permesso loro di darsi ulteriori compiti quasi come si fa nei confronti di un figlio (la coppia ha 4 figli, 3 avuti da Francesca Barra con il precedente compagno Marcello Molfino, ed una avuta da Claudio Santamaria con Delfina Deletrez Fendi). Diversamente dalla moglie, Claudio Santamaria si è dovuto cimentare per la prima volta nella scrittura di un romanzo ed il primo reale impegno è stato trovare un metodo per poter lavorare alla stesura del romanzo, che necessita di uno stile narrativo differente da quello a cui lui è abituato e che è più vicino al teatro.

Il romanzo racconta la storia di due gemelline, Eva e Anna, che rimaste orfane  vengono accolte in orfanotrofio e crescono con caratteri e caratteristiche diverse che le porteranno a vivere esperienze uniche e differenti l’una dall’altra, ma sempre legate alla loro terra.

La storia che i due autori hanno costruito si sviluppa come una tela di ragno tra fatti realmente accaduti, come le esperienze dei bambini vissuti in orfanotrofio, tra i quali quelli di Aguscello in provincia di Ferrara, un ospedale psichiatrico per minori ormai in disuso, devastato da un incendio ed attorno al quale si svilupparono una serie di leggende macabre, legate sia a ciò che succedeva dentro l’orfanotrofio sia a fenomeni di natura occulta.

La presentazione prosegue intervallata dalla lettura di passi del romanzo da parte di Claudio Santamaria, particolari del libro che generano curiosità e attirano sempre più verso la lettura, grazie a questo si percepisce il ritmo della storia, ma emerge uno stile a metà strada tra la scrittura di un romanziere esperto, in questo caso Francesca Barra, e la visione di chi invece ha familiarità con i tempi e la narrazione teatrale, ovvero Claudio Santamaria.

Francesca Barra, ci tiene molto a sottolineare che le storie sviluppate nel romanzo, relative alla vita dei bambini dentro l’orfanotrofio, sono legate a storie realmente vissute; i due autori infatti, durante le loro ricerche si sono imbattuti in un forum di persone che raccontavano le loro esperienze in orfanotrofio. La volontà di inserirle nella narrazione, spiega ancora Francesca Barra, nasce dal desiderio di dare una nuova dignità a queste persone, ma anche per portare alla luce delle storie che purtroppo sono sempre passate in secondo piano o addirittura non trattate affatto, come se in Italia non fossero mai esistite.

La vita delle gemelline è fortemente legata alla terra che da bambine le aveva protette e nutrite, subito dopo la morte della madre prima di essere portate in orfanotrofio.  Anche se le diverse esperienze porteranno le sorelle a separarsi, la vita le riavvicinerà alla nascita della nipotina Angelica. Una ragazza particolare che crescendo si troverà a convivere con la consapevolezza di avere gli stessi poteri della nonna e le problematiche tipiche degli adolescenti. Qui i due autori, forti dell’esperienza di genitori, introducono il difficile tema del bullismo, che purtroppo oggi è molto diffuso nelle scuole si espande a macchia d’olio anche attraverso l’uso di internet e dei social media.

La presentazione si conclude con un’ultima lettura di Claudio Santamaria, un passo che riguarda il battesimo della nipotina delle gemelle, la piccola Angelica, che ci porta nel mondo dei rituali legati alla terra ed al passato in cui affondano le radici della famiglia di Angelica.

Le ultime ore sono state dedicate alle domande del pubblico, con le quali hanno voluto soddisfare la loro curiosità sul libro, e il firma copia con foto di rito.

Qui il video completo della presentazione.

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Un anno di Culturaalvento

Un anno è appena trascorso.

Quando ho iniziato questa avventura, mi avete conosciuta attraverso le parole spese per descrivere: luoghi, eventi, libri e mostre.

Questi argomenti continueranno ad essere al centro del mio operato, con lo stesso impegno e passione con cui li ho affrontati finora.

Può darsi però che lungo il cammino possa sopraggiungere una piccola novità, un progetto che ho in mente e che potrebbe vedere la luce nei prossimi mesi.

Per ora grazie per la fedeltà e la fiducia.

E buon compleanno anche voi, che con il vostro tempo è il vostro passaparola contribuite a fare grande questo blog.

Grazie

Francesca Colica

Redattrice e proprietaria di Culturaalvento.com

Lago di Bolsena e dintorni

Durante le belle giornate che ancora regala l’autunno, sbalzi da inquinamento a parte, ci si può ancora concedere il piacer di effettuare delle escursioni al di fuori della propria città.

La meta questa volta è il Lago di Bolsena, un posto inaspettato circondato da numerosi paesi ricchi di storia, dislocati sia sul crinale dei monti Volsini, tra cui Montefiscone, dai cui si può godere una spettacolare vista sull’intero lago, sia sulle rive come: Capodimonte; Bolsena, che ha dato il nome al lago; Marta, principale e attivo porto dei pescatori; Valentano, con il suo ampio panorama dominante la conca del lago; Gradoli, su uno sperone di tufo dentro il recinto craterico; Grotte di Castro, con la sua struttura medioevale; San Lorenzo Nuovo, conosciuto per la pianta urbanistica tipica del Settecento.

Si parte con la visita di Montefiascone che si trova a 590 metri sul livello del mare, è uno dei colli più alto dei Monti Volsini e domina la sponda sudorientale del lago di Bolsena. Il borgo è stato edificato in epoca medievale, entrò a far parte dei domini della Chiesa nel VIII secolo, divenendo un importante centro politico economico.

Chiesa di S FlavianoLa chiesa che attira più attenzioni è sicuramente quella di S. Flaviano, eretta tra XI e XII secolo, si contraddistingue per la sua particolare struttura a due piani sovrapposti, la parte inferiore, di origine incerta, fu edificata sulle rovine di un precedente tempio, fu poi ricostruita nel 1032, a seguito delle incursioni barbariche, la parte superiore è composta da tre navate, come quella inferiore, ed ha ingresso separato. Questa chiesa fu molto importate perché situata sulla rotta del commercio, ha da sempre attirato l’attenzione di viandanti e sopratutto della Chiesa, infatti qui sono state inumate nel 1113 le spoglie del vescovo tedesco Johannes Defuk.

Dopo aver assistito all’incoronazione di Enrico V ad imperatore del Sacro Romano Impero per mano di Papa Pasquale II,  durante il viaggio di ritorno da Roma il vescovo si era fermato a Montefiascone attirato dal vino locale, noto ancora oggi come Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, e qui rimase. Alla sua morte il fedele servo ne curò la sepoltura facendo incidere sulla lapide di peperino grigio, l’iscrizione in latino: «Est est est pr nim est hic Jo De Fuk do meus mortuus est» (Est est est propter nimium est hic Johannes De Fuk dominus meus mortuus est) ovvero “Per il troppo EST! qui giace morto il mio signore Johannes Defuk”. Ancora oggi in occasione in occasione della rievocazione storica del vino EST EST EST si ha l’usanza di sparger alcune gocce sulla tomba del vescovo.

Difficile stabili con esattezza quali siano le origini del Montefiascone, si sa che era il colle dove sorgeva il “Fanum Voltumnae”, luogo sacro dove i Lucumoni delle dodici città etrusche confederate si riunivano. Per alcuni studiosi il nome deriva da mons faliscum, in quanto i Falisci si erano stabiliti nella zona dopo la distruzione perpetrata dai Romani ai danni delle loro città. Ma la zona iniziò ad essere abitata solo dopo le invasioni barbariche, quando gli abitanti preferirono le zone alte in grado di dominare le valli e avvistare eventuali minacce.  Alla fine del primo secolo, così come per Viterbo e altre zone, anche Montefiascone entrò a far parte dei possedimenti della Chiesa.

Grazie alla posizione privilegiata, fu sempre oggetto di contese, fortificato e nel 1207 posto a difesa delle terre di proprietà di Innocenzo III, quando la Chiesa stava valutando di rientrare in Italia dal suo esilio ad Avignone, nel 1353 fu inviato il cardinale Albornoz, con il compito di riaffermare l’autorità della Chiesa e trasformò il Castello della Rocca (noto oggi come Rocca dei Papi) nella centrale operativa più temibile dell’esercito Pontificio. Fu Papa Urbano V, nel 13569, a conferire a Montefiascone il rango di Città dotandola di diocesi; successivamente il porgo conobbe un breve periodo di declino che terminò nel 1600,  grazie alla lungimiranza del cardinale Marco Antonio Barbarigo che la riportò agli antichi splendori.

Dai giardini della Rocca dei Papi si staglia un panorama incredibilmente spettacolare su tutta la Tuscia, dai Monti Cimini e dalla Tolfa, al monte Amiata e al monte Argentario, da Viterbo e dalla Conca d’oro di Montefiascone, una  valle ricca di appezzamenti coltivati, allo splendore del Lago di Bolsena con le sue isole.

Chiesa di S MargheritaMontefiascone è un borgo ricco di monumenti visitabili, oltre a quelli già accennati, si ricorda il Duomo noto come Cattedrale di Santa Margherita, iniziata nel 1519 e ultimata a termine nel Seicento, la cui imponente cupola è seconda per dimensioni solo a quella di S. Pietro in Roma.

La chiesa romanica di Sant’Andrea, edificata nel secolo XI, si nota per la sua semplicità. Quanto entrate al vecchio borgo alzate lo sguardo e soffermatevi sulla Porta Aldrovandi, passaggio obbligato, e sul Palazzo comunale.

I mesi estivi, sopratutto Agosto, sono ricchi di sagre ed eventi eno-gastronomici come l’importante Fiera del vino dove si  espone e commerciano i migliori prodotti di tutto il territorio, tra cui il locale “Est! Est! Est!”, l’Aleatico di Gradoli o la Cannaiola di Marta.

La Fiera fa da apripista a varie altre manifestazioni, come  In Cantina con Defuk, percorso eno-gastronomico nelle vecchie cantine, spettacoli e concerti serali all’aperto, e   il Corteo Storico che rievoca la leggenda del vino Est!Est!!Est!!!.

Il Lago di Bolsena si trova nel alto Lazio, al confine con Umbria e Toscana, rientra nel complesso vulcanico Vulsinio ed è quinto per dimensioni in Italia. Da Capodimonte, il piccolo centro abitato che domina le sponde del lago è possibile effettuare una visita guidate a bordo di un battello, da qui si possono facilmente ammirare sia l’Isola Bisentina dove sono ospitate numerose chiese ormai sconsacrate e l’Isola Martana, famosa per essere stata la dimora della Regina Amalasunta.

Isola BisentinaL’isola Bisentina è caratterizzata da una natura quasi incontaminata, tra i folti ed antichi boschi di leccio (pianta autoctona) si possono scorgere i numerosi monumenti tra cui la chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo del Vignola che risalta per la sua imponente cupola; il convento Francescano; il tempietto di Santa Caterina, conosciuto come la Rocchina, caratterizzato dalla pianta ottagonale del Sangallo e costruita su un colombario etrusco eretto su uno sperone di roccia a picco sul lago.

La nota cappella del Crocifisso che al suo interno custodisce affreschi del ‘400 ed infine la cosiddetta orribile Malta dei Papi, il carcere a vita per ecclesiastici colpevoli d’eresia, la cui strutture si limita ad una buia e piccola cella sita nel interno di una collina, il cui unico punto di luce arriva da piccola botola sita a 20 metri d’altezza. Il battello permette di vedere anche il lato Ovest, il Monte Tabor a Nord, gli strapiombi rocciosi ad Est e il verdeggiante lato meridionale.

Per quanto riguarda la cronistoria dell’isola, poche sono le tracce lasciate da etruschi e romani, ma i monumenti presenti sono la prova di precedente attività urbana; a partire dal IX secolo infatti le popolazioni iniziarono a rifugiarsi qui per scampare alle incursioni saracene, mentre verso la metà del 1200 il sito divenne proprietà dei signori di Bisenzio, che a causa di incomprensioni con gli isolani la abbandonarono dopo avergli dato fuoco.

Fu Papa Urbano IV a riconquistare l’isola nel 1261, ma purtroppo fu nuovamente distrutta nel 1333 da Ludovico il Bavaro, accusato d’eresia e scomunicato dal Papa. Nel 1400 sotto la proprietà dei Farnese conobbe un periodo di grande prosperità e visitata da numerosi Papi; successivamente nel 1635 durante il governatorato del duca di Castro, Odoardo Farnese, il quale determino la completa distruzione di Castro a seguito dell’inasprimento dei rapporti con la chiesa.

Dopo questo ultimo triste capitolo della storia, l’Isola Bisentina e l’isola Martana tornarono di proprietà della chiesa, per poi essere cedute a proprietà private.

MartanaPer quanto riguarda l’Isola Martana, che affaccia di fronte al abitato di Marta ad una distanza di circa 2 km, ha una caratteristica forma a mezza luna dovuta allo sprofondamento nel lago dell’altra metà del cratere vulcanico. La parte Nord dell’isola è caratterizzata da una ripida parete a strapiombo sul lago, invece la parete Sud essendo meno scoscesa favorisce la crescita di lecci ed ulivi.

Due sono gli episodi della della tradizione popolare che contraddistinguono l’isola, una vuole che nel 410 d.C. vi fossero nascoste le spoglie di Santa Caterina per sottrarle alle invasioni barbariche, l’altra invece si svolge durante il dominio dei Goti, qui venne segregata ed uccisa la regina Amalasunta per mano di un sicario ingaggiato dal di lei cugino e consorte Teodato per avidità e potere.  I primi cenni storici dell’isola Martana risalgono ad una bolla papale del 852 d.C. in riferimento al convento di S. Stefano, ivi costruito. Questo convento ha ospitato vari ordini di monaci: i Benedettini, gli Agostiniani e i Paolotti, ma già nel 1459, era ormai deserto.

Nel IX secolo la popolazione che si era qui rifugiata creo un comune dipendente, ma nel 1254 a seguito della nomina a podestà del conte Guittone di Bisenzio, la popolazione che non lo gradiva in poco tempo iniziò ad abbandonare l’isola, da qui in poi le sorti dell’sola Martana seguono quelle della vicina isola Bisentina. L’isola ora appartiene ad una società elettrica che la gestisce e controlla gli sbarchi sull’isola. 

Capodimonte, che come detto sorge sulle rive del lago, fa parte del comune dell’Isola Bisentina e si contraddistingue per il ricco turismo degli appassionati del lago. Si trova a m 334 sul livello del mare ed è distante 25 km a Nord-Ovest da Viterbo.Capodimonte

Lo sguardo viene subito catturato dall’imponente Rocca Farnese, che con la sua pianta ottagonale rappresenta il monumento più importante. La cittadina ha un attrezzato porto per barche a vela e a motore ed una spiaggia sempre affollata, questo ed un territorio ricco di storia la rendono una meta del turismo estivo.
La sua morfologia si deve all’intensa attività vulcanica della catena vulsinea, che cessò durante l’era quaternaria antica, il paesaggio è prevalentemente formato da colline che arrivano ad un massimo di 150 m dal livello del lago.

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Ultimo saluto ad Andrea Camilleri

Ieri, il 17 Luglio 2019, è arrivata la notizia della morte del Maestro Andrea Camilleri, che da un mese era ricoverato presso l’ospedale Santo Spirito di Roma a seguito di un arresto cardio-circolatorio.

Difficile scrivere di una personalità così complessa, che ha dato tanto alla cultura italiana rimanendo sempre una presenza forte ma discreta, senza sembrare faziosi o eccessivi.

Come egli stesso ha detto in occasione del documentario Andrea Camilleri, Io e la Rai, (interessante racconto in prima persona della carriera lavorativa dello scrittore), prima dei suoi successi letterari, il maestro Camilleri, durante il suo lavoro di delegato alla produzione Rai e sceneggiatore ha legato il suo nome a famose produzioni poliziesche della tv italiana, che avevano come protagonisti il tenente Sheridan e il commissario Maigret.

Durante il mese in cui è stato ricoverato in ospedale in tanti hanno scritto messaggi di vicinanza e incoraggiamento alla guarigione, ma data la tempra di Camilleri, sempre produttivo nonostante la sopraggiunta cecità, nessuno pensava ad un epilogo simile. Ora i social sono pieni di messaggi di cordoglio, tra i tanti propongo qui le parole di Luca Zincaretti, che più di tutti conosceva Andrea Camilleri, come docente in accademia prima e come padre di Montalbano (personaggio interpretato dall’attore romano) poi.

E alla fine mi hai spiazzato ancora una volta e ci hai lasciato. Nonostante le notizie sempre più tragiche, ho sperato fino all’ultimo che aprissi gli occhi e ci apostrofassi con una delle tue frasi, tutte da ascoltare, tutte da conservare.
E invece è arrivato il momento di ricordare. Di cercare le parole per spiegare chi sarà per sempre per me Andrea Camilleri. Un Maestro prima di tutto, un uomo fedele al suo pensiero sempre leale, sempre dalla parte della verità che ha raccontato tutti noi e il nostro paese.
Mancherai. È inevitabile, è doveroso. Per la tua statura artistica, culturale, intellettuale e soprattutto umana.
Le tue parole resteranno sempre con la stessa semplicità e con l’immensa generosità e saggezza con cui le hai condivise, da mente libera e superba quale sei.
Ma soprattutto mancherai a me perché in tutti questi anni meravigliosi in cui ho incrociato la mia vita con quella del commissario, mi sei stato amico. Ho avuto la strana sensazione che bastasse un tuo tratto di penna a cambiare la mia vita.
Ho vissuto accanto a te, nel tuo mondo, quello che avevi creato, quello che ti apparteneva perché uno scrittore non può che riportare se stesso nelle cose che scrive. E ho imparato tantissimo. Il rispetto per le persone, tutte, per se stessi, e per le persone deboli. Perché il tuo commissario è così che la pensa.
A volerti bene no. Quello già sapevo farlo dai tempi dell’accademia, quando non ci trattavi da allievi, ma piuttosto da colleghi. Ho imparato che il valore delle persone non c’entra nulla con quello che guadagnano, con le posizioni che ricoprono, con i titoli che adornano il loro cognome: le persone si valutano per quello che sono.
Adesso te ne vai e mi lasci con un senso incolmabile di vuoto, ma so che ogni volta che dirò, anche da solo, nella mia testa, “Montalbano sono!” dovunque te ne sia andato sorriderai sornione, magari fumandoti una sigaretta e facendomi l’occhiolino in segno di intesa, come l’ultima volta che ci siamo visti a Siracusa.

Il maestro Camilleri, a quasi un anno dal suo ultimo lavoro al teatro di Siracusa con il monologo Conversazione su Tiresia, lascia una generosa eredità all’Italia: la forza di un pensiero libero, attento alle evoluzioni sociali e rivolto ai bisogni del prossimo.

Concludo con le stesse parole da lui usate durante quel monologo, le stesse parole che la famiglia Camilleri e le persone a lui care hanno usato per salutare e ringraziare quanti tra i suoi lettori e amici lo hanno apprezzato e gli hanno voluto così bene: “Mi piacerebbe che ci rincontrassimo, tutti quanti qui, in una sera come questa, tra cento anni”.

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